LA SUA VITA PER IMMAGINI

“Sono nata il 24 in autunno / quando la terra si apre al buio / dove in fretta scendono le cose”. Forse sta finendo il suo primo inverno o è già il nuovo autunno, al Prato Giardino di Viterbo, dove è nata di passaggio (un passaggio durato tre anni appena), come uno dei tanti pellegrini anticamente in viaggio verso Roma. “In principio più che Roma Viterbo / ruvida rima e dimora del verbo”. La madre appare remissiva e malinconica, un sorriso forzato che non si apre. Lei, “la cucitrice”, non è mai stata felice, a contraddire il singolare nome, Felicetta. Il padre Antonio, con più anni e più esperienze, sorride, cerimonioso e seducente come sempre. Un matrimonio-lampo, celebrato in una giornata luminosa dell’Italia in ricostruzione, come doveva essere quel 22 agosto del ’46, e che invece fu una trappola: “La guerra finita non fu un sollievo / al suo cuore sfinito in uno schianto / d’amore che fa ancora rumore”. Il leone e la fringuella. E lei in mezzo, la bambina Gabriella, messaggera come è iscritto nel nome del suo angelo, o ape, imbronciata e perplessa: “nella mia vita che vibra in salita / i miei dispersi versi sono viti. / Viterbo ah Viterbo paese sincero”. Una bambina tranquilla, dice la madre, se, andando a fare la spesa, la ritrovava tra fogli e giornali, così come l’aveva lasciata, nella casa accanto alla chiesa di Santa Rosa: “D’inverno a Viterbo la nera brace / non dava pace, ma un brivido d’alba / per le strade acri d’inferno e di gelo”.

digelo

“A Tarquinia due etrusche al sole a picco”. Fin da subito c’è l’amato mare, il sempre desiderato approdo. Imperiosa, un ricciolo in testa, con ben due secchielli in mano e, come in trono, in braccio all’amata, bellissima  mamma: “Il naso greco dritto e i capelli alti, / è lieve e sempre piena di ritegno, / elegante come Velia a Tarquinia”.

tarquinia

“Oh scialba Vetralla, oh alba pratalia, / i prati bianchi e verdi d’Italia”. Nell’antica Vetralla, foto di matrimonio della numerosa famiglia discendente da quattro fratelli Frattarolo venuti dalle Marche e “avvezzi al gesto italico dell’arare” che si erano installati sul “poggetto dei Frattarolo”, dove la madre è nata e vissuta fino ai vent’anni. Tutti contadini e proprietari di minuscoli pezzi di terra, trasportatori con il carro trainato dai buoi, ormai spariti come sono spariti i contadini di tutta Italia, con la loro civiltà millenaria, ma vivissimi nella sua fantasia di bambina degli anni Cinquanta, che li ha rievocati nei Versi viterbesi e ne Le lacrime delle cose: “Gente ritrosa e rude ben celata / da tralci e un carico fresco di foglie / e dai propri morti consolata / coltivando la terra sui loro corpi”. Ma anche una foto straordinariamente emblematica di quel torturato e faticoso quartetto familiare e dei singoli destini. Nella foto le figure sono in piccolo ma lei prova a ricostruirne i legami. Il padre, sorridente, cammina tenace e fedele accanto alla moglie, portando per mano il figlio che guarda chissà dove. Sarà il primo dei quattro ad andarsene, dopo molto tempo, a 85 anni. La madre cammina al braccio del marito non amato-amato ma guarda sollecita il figlio. C’è la Sacra famiglia intera: Maria, Giuseppe e Gesù. Felicetta-Maria, perpetuamente chinata sul calvario dell’agnello. Anna, la demi-soeur, non c’è, d’altronde non c’è mai stata. Già a prudente distanza, la bambina Gabriella cammina tenendo per mano Primula, “la cugina acerba, non più tra i lampi”, dal nome degno della pittrice naïf che è stata, troppo presto scesa nell’Ade. Cammina con la borsetta bianca e il fiocco in testa che sfoggia anche altrove. Guarda dritto il fotografo, lo scruta curiosa e attenta: si esercita a stare nel mondo e a non essere mai del mondo, a non dare mai l’esclusiva.

esclusiva

Gruppo di famiglia, nel giardino della stazione ferroviaria di Orte. Ora il quartetto si stringe, quasi trama e ordito di uno stesso tessuto: la bambina inerme e vezzosa, con la testa inclinata su un lato, come spesso apparirà nelle foto, accanto alla madre, che sembra ritrarsi pudica nella sua bellezza, pur indossando un memorabile vestito di finissima seta beige stampata a fiori e nastri, il padre sorridente e fiducioso stringe il figlio-erede, tanto desiderato e atteso, che è distratto. Una singolare serie di scarpe bianche sembra stringerli in una stessa cifra o nota musicale.

musicaòe

Alice nel paese delle meraviglie è in attesa. Avrà otto anni, ha un lieve sorriso di complicità accondiscendente, indossa un abitino bianco, cucito dalla mamma, di stoffa picchè arricciato in vita e gonfio, ha i lunghi e folti capelli neri divisi in due trecce, da Sansone in gonnella come sempre si è sentita. Si trova a Orte, davanti ai binari ferroviari e accanto a un’ortensia. Aspetta di essere invitata, come spesso accade, dal gentile giornalaio a entrare nell’edicola che è alle sue spalle, la grotta magica dove voracemente tuffarsi in un mare di fumetti e giornaletti tra i più disparati. A Orte, dove ha fatto le elementari, ha avuto una prima e in un certo senso notevole formazione, tra il giornalaio, un vivace cinema-dopolavoro dove passa i pomeriggi festivi a vedere i film in bianco e nero di quegli anni e una grande, solida scuola dove la maestra Marisa Del Bufalo legge poesie e lei apprende “lo stile della rondine”. Sfrecciano davanti a lei e sotto le finestre di casa i treni che vanno verso luoghi ignoti e che ancora adesso lei ama più di ogni altro mezzo di trasporto. Stanno finendo i vagabondi anni Cinquanta, vissuti in più paesi dell’Italia centrale, da Viterbo a Pontassieve e a Orte, al seguito di un padre irrequieto e perennemente insoddisfatto, in perpetuo esilio come solo sa esserlo un militare e un uomo del Sud, proprio come sono stati il suo conterraneo e coetaneo Alfonso Gatto o il padre di Anna Maria Ortese.

ortese

“Roma di tanti affanni, / ti ho donato quasi tutti i miei anni”. Esattamente nell’ottobre del 1960 la famiglia va a vivere a Roma, nella casa appena finita di via Attilio Friggeri alla Balduina, che il padre ha scelto invece di una delle case del Villaggio Olimpico in vendita dopo i Giochi. Ancora la famiglia non sa bene che quello è l’anno del boom economico. Ancora meno ne sa lei: con la treccia sulla spalla, lo sguardo umido e diretto, la faccetta tonda da bambina, il bel completo, vestito e giacca con un singolare papillon al collo, cucito sempre dalla mamma per la Prima Comunione ricevuta appena l’anno prima. Così almeno appare in questa che deve essere la sua prima foto da residente a Roma, una foto tessera spartiacque fatta forse per la Scuola Media “Ovidio”, che comincia subito a frequentare nel quartiere, al confine ancora con i prati.

i prati

Nella foto  successiva l’adolescente Gabriella, un po’ pastorella, con la treccia e un semplice vestitino arricciato, con i fiocchetti e il collettino tondo, è accanto al fratello più piccolo, con atteggiamento protettivo: lei è nata un 24 ottobre, lui un 24 aprile, esattamente agli antipodi del ciclo annuale. Divisi in tutto. Si prepara a indossare i panni di un’Antigone incompiuta. Entrambi sorridono, ignari e graziosi. Dietro un bel paesaggio di casa in campagna, un albero, una staccionata e una mucca: “e il muggire tuo umile mi parla ancora, / camminiamo insieme e mute ora”. Tutte le vacanze “lì nella Tuscia brusca e silenziosa” a Vetralla, “in un paese di fratte e radici”, a casa dell’amata nonna: “Candida com’era di nome e di fatto”. Nello stesso giorno, sono scattate altre foto con gli zii, in particolare con la zia Palma, “pastora di pecore col roncone, / per svago, ottave e arie d’Aida canta”.radici a casa

Queste figure, questa gente dignitosa e umile, e la campagna, i boschi, gli animali, gli odori e i suoni dei campi e degli uccelli sono stati i suoi primi maestri, esempi di stile e di vita per sempre.

Nella foto c’è una bella ragazza, che sta fiorendo – una fioritura o una ferita? – sopravvissuta alle gelosie del padre, che si intromette tra lei e i primi amori platonici, tra lei e i libri, all’affetto invasivo di una famiglia litigiosa e terribilmente unita. La pastorella si è già trasformata nella vergine Diana. Alle spalle anni di studio, di “sudate carte”, di coinvolgimenti emotivi nelle strabilianti avventure di eroi e divinità troppo umane dell’Iliade e dell’Odissea, di letture voraci, da Sartre e Camus a Marx trovati nella biblioteca del Ginnasio, dai romanzi americani, Steinbeck e Cronin ma anche Faulkner, ai poeti, da Lorca a Ungaretti e soprattutto Saba, che da subito è il faro per sempre. Sta provando a scrivere qualche poesia, appunto tra Ungaretti e Saba. Non ha studiato alle Magistrali di piazza Mazzini, come avrebbe voluto il padre, che la voleva madre di famiglia e magari maestra, ma, come lei ha scelto, al vicino Liceo classico “Terenzio Mamiani”. Ribelle e tenace. Ora il liceo sta finendo, gli smemorati anni Sessanta pure, l’onda lunga del ’68 la sta per sfiorare. I capelli, che ora porta sciolti sulle spalle, sono raccolti nel cappello nero: è passato il tempo delle trecce e anche dello chignon. Ha un cappotto rosso sempre opera della madre, forse uno dei suoi ultimi splendidi “pezzi” d’amore suonati per la figlia. Si trova davanti alla curva del cavalcavia che da corso Francia porta ai Parioli, una strada che ora percorre spesso, vicino a una misteriosa biglietteria che non c’è più; dietro non c’è ancora traccia dell’Auditorium. Solo apparentemente serena, esploratrice e irrequieta, con il sentimento vivo dell’origine-originalità, non è interessata al ragazzo, bello e saggio, che la sta fotografando,  e che potrebbe essere un approdo tranquillo. Dafne fugge da chi vuole costringerla. Ha i lineamenti nitidi, gli occhi scuri a mandorla e la bocca piccola e carnosa. Perplessa, si sente smarrita. Pensa, prova a guardare un punto lontano, ma non si orienta.

orienta

Ė l’estate del ’74. Lei conversa vivacemente chissà con chi, nella sede dell’“Avanti!”, tra il Corso e il Pantheon,  dove è andata a portare, come si usava allora e come faceva quasi ogni settimana, il suo articoletto per la pagina culturale diretta da Walter Pedullà, con cui si è laureata. Ha fatto in tempo a conoscere la politica infuocata dei primi anni Settanta, sperimentandola per qualche tempo nelle file di “Potere operaio”, ma la delusione è arrivata puntuale. Fin da subito, d’altronde, è al centro delle cose letterarie. Fin da quando, cercando qualcosa per le aule della Sapienza, è entrata, per caso o per destino, in un’affollatissima e infuocata aula universitaria, dove il professore Walter Pedullà teneva appassionanti e contagiose lezioni di teorie letterarie rivoluzionarie intonate ai tempi, e in cui convergevano ex studenti già alle prime armi nella letteratura e nuovi studenti che se ne sarebbero occupati. Sono anni, i Settanta, in cui, sempre alla “Sapienza”, fa esami già fin dalla prima sessione seguita alla laurea, come precaria, e in cui scrive molto su vari giornali, facendone una vera palestra di scrittura, finché la poesia non interviene drasticamente a rendere problematico quel rapporto cominciato tanto felicemente.

tanto felicemente

Frequenta gli scrittori, i padri. Con le spalle avvolte in uno scialle di seta a fiori viola della nonna Candida (di cui ancora oggi mette il filo di piccole perle di fiume) e gli inevitabili blue jeans, appare al fianco di Elio Pagliarani, in una foto scattata d’estate a luglio, nel ’75 o nel ‘76, durante il Festival del Teatro, a Santarcangelo di Romagna, dove lui è venuto dalla vicina Viserba per uno spettacolo e dove lei lavora per un paio di settimane, per racimolare qualche lira. In un’altra serata di teatro, Pagliarani aveva scritto per lei: “Gabriella che è bella / lì era ancora più bella”. Lei lo accompagna qualche volta a cena da Cesaretto e lo aiuta a preparare un paio di numeri di “Periodo ipotetico”.

periodo ipotetico

Soprattutto frequenta poeti e scrittori che sono i fratelli maggiori. Da spettatrice, almeno lei così si sente, segue da vicino  la preparazione de Il pubblico della poesia, va alle serate in case private dove si discute molto, va alle serate del Beat ’72 e l’indomani ai pomeriggi domenicali di Enzo Siciliano. Sempre in disparte: vigile ascolta, guarda, legge. Nella foto è in gita a Caprarola, tra i labirinti e gli scherzi d’acqua del giardino di Palazzo Farnese, con un vestito vintage di seta a fiori neri e bianchi su grigio. Nella foto stanno camminando in ordine sparso, ognuno sembra fare qualche altra cosa: Gabriella sembra accennare a un passo di danza (forse si sente a “scuola di ballo”), tra Franco Cordelli e Renzo Paris come sorpresi dal fotografo, sullo sfondo Carlo Bordini accanto a un’amica e Valentino Zeichen, di spalle, si sta arrampicando con i suoi famosi sandali su un muro. Arianna deve trovare il filo per uscire dal labirinto.

labirinto

Degli amici di quegli anni, oggi sente Valentino, superstite di un mondo di amici e di poeti scomparsi, forse si riconoscono, quasi fatti entrambi ormai della materia ossea delle colonne e degli archi del Colosseo. Entrambi orfani di amici comuni, per esempio di Dario Bellezza che riempiva di parole generose le loro cornette telefoniche. Eccola appunto nella foto con Dario, affettuoso, e sempre perdonato anche nelle innumerevoli intemperanze, su un autobus mentre stanno andando a una serata di poesia del Beat ’72. “Questo povero tempo uccide i poeti!”, ripeteva Dario, memore della recente morte di Pasolini. Era il marzo del ’77.

marzo del 77

Pochi mesi dopo, a luglio, in sintonia con gli eventi esterni, un vero tsunami emotivo e sentimentale si abbatte sulla sua vita, da cui sorgerà, come l’araba fenice, a un’altra vita mai neppure immaginata, piena di nuove idee e progetti, con una piccola casa tutta sua, all’ultimo piano contro il cielo e simile al paradiso, in vicolo del Bologna a Trastevere: “Dal balcone appena si vedeva / il vicolo angusto e sporco / muri scalcinati e abbacinati / il passo segreto dei gatti…”. Nella foto si intravede la singolare forma a ferro di cavallo del vicolo, all’incrocio con Vicolo del Cinque. Lei sorride appena a Mojmir Jezek che la sta fotografando, al polso l’orologio che non porta più da tanto. Qui fioriscono le poesie de La famosa vita e di Vicolo del Bologna: “Infelice siedo su uno scalino / in piazza ma appari tu improvviso / spavaldo come nessuno quest’anno / e io rifiato dopo tanto affanno”.

tanto affanno

In una memorabile foto apparsa sul “Corriere della sera”, scattata da Alberto Roveri il 7 marzo del ’78, la ragazza Gabriella osserva su un lato lo stato maggiore della poesia italiana. Veste in modo maschile, come usava in quegli anni, la giacca a doppiopetto, la camicia con il collo a listino e i pantaloni di velluto, in mano l’impermeabile e il cappello con le falde. È a Brera, e non sa ancora che Brera diventerà per lei, nei suoi viaggi milanesi, un luogo tanto familiare. Ha una postura sua propria da osservatrice attenta, eppure è in disparte, schiva e con certi suoi pensieri, forse imbarazzata dall’essere in quel gruppo che è già una specie di monumento: “e c’è da avere un certo timore / a passeggiare a Milano tra i poeti…/ I poeti che sono di là e di qua / su marciapiedi opposti camminano lenti / (come eroi o re) per la via…”. Ci sono soltanto altre due donne: Giulia Niccolai e Piera Oppezzo. C’è Fortini, da cui avrà a breve un secco affettuoso rimprovero sull’“Espresso” per il suo presunto fare versi “candidi e volpini”. Aveva ragione: si ostinava a cercare anche lei “un paese innocente” che non si trova mai. E c’è Giovanni Raboni con la sua dolcezza mite, che presenterà le sue poesie dedicate alle “bianche oche” sull’“Almanacco dello Specchio” dell’83. C’è infine Giuseppe Pontiggia,  e gli amici Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi e Giancarlo Pontiggia, e c’è Carlo Alberto Sitta che generosamente l’ha invitata a scrivere questa sua vita per immagini, questa poesia-autobiografia. Un lavoro complicato per molte ragioni, in cui lei può sperimentare, come altre volte ha fatto, l’accostamento di scrittura e fotografia, quasi uno scambio tra la foto-testo da leggere e il testo-topografia da esplorare con lo sguardo.

lo sguardo

“Perché certo non credo / che tornare possa mai, / andate dunque strofe mie / a salutarlo…”: Paolo Prestigiacomo, scrittore e poeta dei Grotteschi, siede, accanto a un amico comune, intorno al tavolo, da “Augusto” a piazza Renzi, a Trastevere, dove spesso vanno a colazione, tra fine anni Settanta e i primi Ottanta. A lungo suo sodale e con cui inventerà una piccola sigla editoriale, “Il Melograno”, di cui si sono perse le tracce, ma da cui è nata la costola di “Prato pagano”, parola che indicava un confine, un confine tra epoche e poesie diverse. Lei aveva così fatto in tempo a conoscere come funziona, anzi come funzionava, la stampa andando a impaginare i numeri in una grande tipografia sulla via Prenestina, a capire cos’è una cianografica e come si corregge, come si compongono i caratteri e come si fa un libro.

si fa un libro

Quasi per miracolo, Roma si popola di nuovi poeti e scrittori, che “sono padri e madri di se stessi”, di una vera nuova generazione letteraria. Indipendente, laterale per natura, inventa “Prato pagano”, in cui traluce l’eco dei prati e della natura dell’infanzia. Nella foto è in vicolo del Bologna, davanti alla  biblioteca di casa, su cui sono poggiate foto di scrittori, tra cui si intravede Dostoevskij. Sicuramente è in una riunione di “Prato pagano”, in cui si vede solo Claudio Damiani, sodale per molti anni, ma ci sono anche, nella stanza, forse in quello stesso momento, Marco Lodoli, Arnaldo Colasanti, Beppe Salvia e altri. Gino Scartaghiande e Paolo Prestigiacomo pubblicavano sulla rivista ma non venivano alle riunioni. Sono gli anni Ottanta, per loro non anni di riflusso o edonisti secondo la vulgata corrente del decennio, ma difficili e già impervi, e, in netta controtendenza, già carichi di una deriva di senso che sembrava alle spalle ed era invece davanti, nella forma del futuro e già presente mercato totalitario, con i suoi disastri e appiattimenti. Era una comunità letteraria fervida che tornava a una parola “ritrovata”, come i pittori tornavano alla pittura, forse già si sentiva schiacciata e si trovava a fronteggiare con una notevole radicalità la nuova epoca liquida, lontana anni luce da proclami e manifesti, anche usando una parola dileggiata e insolita a quei tempi: etica. Icaro non poteva non essere punito.

essere punito

Gruppo di “giovani” poeti: Marco Lodoli, Luca Archibugi e Paolo Febbraro (allora diciottenne), al centro Gabriella, all’Orto Botanico di Roma, dove lei, con l’aiuto dell’editore (che era Luigi Abete), aveva organizzato una grande memorabile festa per presentare il primo numero della seconda serie di “Prato pagano”, con il formato più grande e più articolato. Se guarda sulla pellicola le foto in sequenza scattate da Dino Ignani, lei si stupisce ancora che così tante persone siano venute a quella magnifica serata del 22 giugno dell’85, segno evidente di tempi ben più socievoli e solidali. Non inserisce neppure una delle belle foto che le scattò, pochi mesi dopo sempre all’Orto Botanico, Toni (“l’acuta e dinoccolata figura”), che era intanto apparso nella sua vita. (foto pagina precedente).

Dall’archivio dell’Unità e di una vaga memoria emerge una foto, l’unica a disposizione, della bella manifestazione di poesia e teatro che si svolse negli splendidi giardini di Villa Medici, tra fine giugno e i primi di luglio dell’86, in cui alcuni poeti ancora “giovani” hanno messo in scena un loro testo: Valerio Magrelli, Luca Archibugi, Claudio Damiani, Giacomo F. Rech e Sica, che portò il suo Cavalieri d’anti-chi tempi santi, insolitamente scritto in ottave. Nella foto lei ha un abbigliamento suo tipico, dal bianco della giacca e dei pantaloni al bianco delle scarpe Superga, è seduta sul basamento di una statua con lo scudo, quasi fosse anche lei un cavaliere d’altri tempi con il suo invisibile scudo costretta a difendersi.

archivio unita

Per raccontare la sua passione per Procida lei sceglie una foto sfocata dal tempo dove è seduta tra Dario Bellezza e Giovina, che è accanto al marito Paolo Volponi, affettuoso amico di quelle splendide stagioni procidane. Colazione nel bellissimo albergo “Eldorado”, pieno di voliere e di pappagalli canterini di tutti i colori e di limoni rigogliosamente pendenti e di fiori altissimi e superbi, dove andava Elsa Morante pensando al suo Arturo. E qui si mangiava gloriosamente durante le belle colazioni per il Premio “Isola di Arturo-Elsa Morante” che Gabriella aveva ideato nel 1986 e condotto per cinque anni con l’amico Chiodo (accanto a Volponi), conosciuto da quando, fin dai primi anni Ottanta, aveva fatto dell’isola un rifugio segreto e fuori dal mondo. Il premio era diventato presto l’occasione per mostrare a tanti scrittori e amici Procida, in tutta la sua selvatica bellezza e con i suoi straordinari profumi che salivano dagli orti, quasi fosse un paradiso. Un paradiso diventato troppo rumoroso, da cui lei, come Arturo, è ormai in esilio.

in esilio

“A Lerici sorridevi Attilio /…/ gli occhi vivi di conoscenza antica”. Anche Gabriella sorride, nel fulgore di una stagione che volge all’autunno. Ha appena ricevuto il premio “Lerici Golfo dei poeti” da una giuria presieduta da Attilio Bertolucci, che siede al tavolo con la sua bella espressione di signore di campagna, sornione e partecipe, gli occhi attenti e parlanti. Ė l’1 ottobre dell’88.

ottobre 88

Su un’altra foto memorabile, Laura Lepri scrive: “La capitale stava attraversando un periodo smagliante, artisticamente. Scrittori pittori e poeti stavano emergendo con la forza montante di un’intera generazione… grande solidarietà, allegra complicità, la sottile, orgogliosa certezza che ormai una nuova leva di artisti era nata. Esiste una foto scatta nell’autunno ’88 all’interno della Galleria La Nuova Pesa, a pochi passi da piazza del Popolo, in cui ‘c’erano tutti’ o almeno erano in molti… In pochi anni quel gruppo si sarebbe disperso… Le ragazze della foto, all’epoca il sostantivo era più pertinente, sono in numero più esiguo: Silvia Bre, Gabriella Sica, Sandra Petrignani e chi scrive”. Laura Lepri descrive così, davvero al meglio, questa foto che documenta, a cose fatte e finite, una Roma vivace che non c’è più, un clima straordinariamente ricco di intensi rapporti tra poeti e pittori che non si sono mai voluti riconoscere sotto un’etichetta di Scuola romana che, di fatto, negli anni Ottanta, c’è stata e in modo clamoroso, con un radicale spirito innovativo rispetto a quanto era stato fatto. E di cui Gabriella si è presa l’onere di parlarne e farne parlare, almeno per la parte che le competeva, nel libro Campo di battaglia. Poeti a Roma negli anni Ottanta. Nella foto si intravedono, tra i pittori, accanto a Marco Lodoli, Fulvio Abbate, Sandro Veronesi, Edoardo Albinati, tra Luca Archibugi e Roberto Varese, anche due poeti ora in esilio, come Giuliano Goroni e Giacomo F. Rech, e il caro Pietro Tripodo che da tempo ci ha lasciato ma non le sue poesie e le straordinarie traduzioni. Da poco, il 6 aprile dell’85, era scomparso Beppe Salvia. Una generazione straordinaria ma anche sfortunata e terribilmente fragile, come lo erano i tempi che avevano incontrato: “Mi sono chinata sui poeti amici / che non sono più qui”.

che non sono

Una rara foto del nuovo imprevisto quartetto di cui lei, con grande stupore e ininterrotta meraviglia, fa parte: Gabriella, Toni (“Oh toni, a legarci tanti nodi e un filo”), Giorgio il “nembifero” e Pietro,  l’“aggiustacuore”. Scattata a Venezia, la città in cui è sempre tornata, come a Milano. Scattata da Luciana, devota come una madre. Sono venuti in gita da San Donà, dove passano parte delle vacanze: è il settembre del 1990. E la foto è piena di colori squillanti, degli abiti che vestono i corpi e dell’acqua del mare. Toni affettuosamente le cinge le spalle con il braccio: “Noi siamo pietre vive dall’amore / raccolte e dolcemente smussate, / per edificare una casa bella / e nuova con lo stesso cemento”. Una cosa bella, quasi un’istantanea.

istantane

La foto del magnifico terzetto è di Toni (“trovo sempre lo stesso nome corto / è una variazione infinita di toni”), nell’estate del ’93, sul balcone di casa, nello stesso giorno in cui scatta altre foto a Gabriella da sola, al vento, tra cui quella che compare sulla quarta di copertina di Poesie bambine. Una foto presaga degli anni a venire, proprio da quel momento. Lei è vestita di bianco, come d’abitudine d’estate, alternandolo al nero d’inverno. Dietro c’è il mare di Porto Ercole. Lei è soffocata, imbarazzata dalla bellezza dei due bambini, consapevole “della piena confidenza carnale”, e non può che nascondersi in quella splendida linea diagonale: “chiudo le braccia a fare nido / al suo cuore intatto mentre ride”. Già sente che qualche cosa sta ancora accadendo: “Separarsi è l’aprirsi di una crepa / nel terribile sentiero dei morti”. Così “Ora siamo pietre morte e sconnesse / di una casa che non sta in piedi, / sole e lontane le une dalle altre”.

Nella foto di Enzo Russo, Gabriella è in bianco sul muretto della “munizione” di Piazza Santa Barbara, sullo sfondo la splendida arcata del porto, “tra i forti dagli spigoli come artigli”, della splendida Porto Ercole all’Argentario, lo splendido approdo-riparo che l’accoglie ormai da tanti e tanti anni: “dove con ali spalancate i gabbiani / mi indicano il festivo grano azzurro”.

grano azzurro

Da tanti anni, da ventiquattro per la precisione, vive nella sua terza Roma, su un monte che è proprio di fronte a Monte Mario, con le vie ampie, piene di luce e profilate dagli oleandri, e il verde intorno. Continua ad andare nella sua prima Roma, dove con il fratello vive la madre, che, nel frattempo, da fringuella che era, diventata poi formichina, si è ora felicemente trasformata in una rediviva Liona, erede al contempo del marito-leone che non c’è più e della “bisnonna centenaria in terrecotte” che così era chiamata. E Gabriella  continua anche ad andare, attraversando il Tevere, nella sua seconda Roma, quella della giovinezza bohémienne. Non ha perso niente, sembrerebbe, “niente è un disastro (lo scrive bene Elizabeth Bishop!)”. Sulla mappa ritrova la luce, i colori e l’armonia circolare vissuta nei tre luoghi della sua amata città. Una mappa musiva con le tessere a mosaico: “Vivo a Roma da tanto / chinata sulla vita / con le povere parole dei poeti e dei morti”. Nel reticolo delle latitudini e delle longitudini i ricordi sbiadiscono ma non i luoghi che definiscono una specie di psicogeografia personale della città, di bio-grafia con i suoi movimenti: “Roma mia, una e trina, / mi hai resa immobile pellegrina”. Tracce della bio-grafia di un’etrusca, che sta nella campagna e brama uno sbocco sul mare, inevitabilmente e per sempre romanizzata. Un’etrusca romana per destino: “Roma dove morire, / qui posso scrivere e i giorni addolcire”.

addolcire

La ragazza Gabriella non più ragazza appare, nella foto di Sergio Cristallini, intenta, sul palco di “Parco Poesia” del 2009, a Riccione, a leggere pensierosa alcuni fogli per l’intervento che deve fare. Ha una maglietta con il merletto e una gonna  bianca, si intravede appena l’anello contraire di due piccoli diamanti e uno zaffiro ormai graffiato che porta all’anulare della mano destra da sempre, gli orecchini bianchi a goccia, intonati al colore grigio e argento dei suoi nuovi capelli che da pochi mesi sfoggia con orgoglio. Si sente a suo agio, dopotutto i suoi capelli folti e forti non l’hanno mai abbandonata. Lo scorpione non si è avvelenato, è cresciuta tra le rovine di Roma, combattente instancabile. Non sa per quanto ancora può continuare a sentirsi simile a uno dei suoi amati animali. Chissà che, bianca com’è ormai dalla cima dei capelli, non contempli esterrefatta il terribile destino sacrificale delle amate bianche oche: “nel tuo cipiglio nel becco protratto / che non è affatto segno di sussiego / nel disagio che ti fa barcollare”. Si prepara, sempre vigile. Si prepara al montaggio che forse qualcun altro, benevolmente, farà, alle nuove cose, ai nuovi libri: “Qualcosa dovrà un giorno accadere / ci sarà ci sarà qualcosa / il mare sotto casa dove è sgocciolata / l’anima per anni e anni / un carro di buoi pericolante a fare lo slalom / per il viale tra bancarelle e passanti / il silenzio della sega / che lacera…”. E intanto contempla ammutolita il suo tempo, lei che, in netta controtendenza, ha sempre preferito al disincanto l’incanto, alla disperazione la speranza. Perché i poeti non hanno fatto miracoli? Ma i poeti sono ammutoliti, non in silenzio, ma ammutoliti. E lo spread, parola misteriosa, sta calando, l’apocalisse è rinviata non per molto. L’Italia può rimontare: “Italia cara, Italia immobile e sbigottita, / … / sorridi luminosa stella sorridi ai tuoi figli”.

tuoi figli

E intanto, da un’altra riva del fiume-tempo, le foto mi guardano e io con lo sguardo le esploro in ogni dettaglio che possa rivelarmi un destino. E guardo te.

Roma, 1-11 novembre 2011