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                         Indice di Sia dato credito all'invisibile Prose e saggi

       Introduzione:Pellegrinaggi ai luoghi della poesia

                                            1. Sulla poesia

                                             2. Sulla prosa

                                            3. Sui pensieri della poesia

 

Pellegrinaggio ai luoghi della poesia

Questo libro si è formato lentamente nel tempo, in quest'ultimo decennio del secolo, nell'ultimo tratto invernale di un secolo consapevole delle proprie disumane tensioni e della sua insufficienza a migliorare e meglio orientare l'uomo nel suo difficile attraversamento della terra. Non è nato da un intento unitario e  non ha un tema sviluppato ordinatamente.                                                      Dal 1992 ai giorni  inaugurali del nuovo millennio, nel tempo che ho impiegato a comporlo mettendo pazientemente un mattone su un altro mattone come costruendo una casa, c'è stata un'altra guerra in Europa e popoli costretti in colonne interminabili a lasciare a piedi le proprie case, nell'ultimo esodo. Dopo Hiroshima, dopo Sarajevo, sempre più la poesia  diventa l'ultima frontiera a disposizione di un mondo che sa riconoscere solo l'effimero e il relativo e rischia la disumanità.                                                                                                                                 C'è stata, in questi anni, l'esplosione trionfale della rete telematica che ci da tante notizie che sembrano eguali e non lo sono, che ci esalta e limita i nostri movimenti più umani. E, per chi vive come me a Roma, c'è stata la preparazione sofferta per l'evento giubilare  che ci  ha accompagnato nel passaggio del secolo e del millennio.                                                               Era inevitabile che si cominciasse a pensare in modo millenario, meno egocentrico e più aperto.  La distruzione delle forme, in arte come in poesia, ci ha già parlato dell'uomo novecentesco sfigurato, senza centro e senza equilibrio.                                                                                   L'aridità e i muri alzati in questo secolo non ci hanno reso più felici né più agevole la vita. Io, che sono nata a metà secolo, non ho avuto esperienza della guerra che per due volte ha devastato paesi e città, ma ho conosciuto la guerra fredda, quella che non tocca il corpo, ma soltanto l'anima ed è più comoda e apparentemente più mite, ma altrettanto violenta. Quel muro c'era quando sono nata ed è crollato solo nel 1989. Ho anche conosciuto la fine istantanea di un mondo fondato sulla campagna  e sui ritmi delle stagioni che, ancora vivo negli anni Cinquanta, quand'ero una bambina, oggi è scomparso.  Gli anni Sessanta hanno mutato radicalmente la nostra vita. Ci sono alcune date: il 1963 con l'irruzione delle avanguardie nel mondo letterario, il 1965 quando, con la decadenza del latino anche nella liturgia ecclesiastica, decade una tradizione secolare, il 1968 con la contestazione elevata a metodo civile e sociale nella politica e nella società. Sono date cruciali per l'intero secondo Novecento, che da quegli eventi è rimasto segnato con strascichi ancora perduranti.                                                                                                                                  E per un grande muro con i suoi fili spinati che è stato infine abbattuto, altri ostacoli  sono stati  eretti, muri e conflitti tra i paesi, tra le etnie, tra le religioni, tra le aule di una stessa università. Con determinazione, quasi per una necessità senza senso o per l'inclinazione moderna a fare del proprio io il centro del mondo, sono stati alzati muri dentro le famiglie, dove crescono i bambini, gli uomini del duemila. La comunicazione è un fiume in piena virtuale che si ingorga e ristagna nelle comunità più piccole fatte di una sola persona idealmente in contatto con il mondo intero ma, nella realtà, a distanza siderale dal vicino di casa, respinto nella propria solitudine.                                                                                                                                     Il tempo moderno, cominciato con la Rivoluzione francese, ha consacrato lo spirito laico. Ma è stato, bisognerà pur convenirne, il trionfo delle illusioni. Il moderno presume di fondarsi sulla ragione critica ma crea miti e utopie, le tante vane illusioni da cui anche il buddismo vorrebbe liberare gli uomini. Queste sono ormai crollate, le nuove tecnologie stanno guadagnando anime e cuori invece di essere piegate soltanto ai bisogni dell'uomo. Il virtuale è concreto, ma inesistente. La sua materia inerte e insensibile, attraverso una trasmutazione consacrante come nell'eucarestia, diventa commestibile per tutti e in lei scende il divino dei nostri tempi. Il comunicare cristiano e il comunicare globale coincidono perfettamente. In entrambi i movimenti si ottiene un dono, cum munus., da cui viene la parola comunicazione.                                                                         Nel nuovo ordine frantumato è saltata però ogni distinzione tra il bene e il male. Anzi il male fa notizia; fa la tendenza. Il bene è solo buonismo. L'ombra lunga dei campi di morte in Germania e in Siberia ha lambito per decenni l'impossibilità dell'arte e della poesia, fino ai nostri giorni. Le ideologie hanno a lungo occupato i nostri pensieri e la nostra anima. Sono stati i tralicci di un mondo vuoto, e ormai sono caduti anche quelli. Molti tuttavia sono ancora coloro che parlano di letteratura facendo politica o parlano politicamente attraverso la letteratura, coloro che non riescono a leggere l'impatto vitale che sempre la poesia ha con il suo tempo, perfino anticipandolo, come fece Dante annunciando due secoli prima, nel "folle volo" di Ulisse, il viaggio verso ovest di Colombo.                                                                                                                                            I pasticci che ne derivano sono tanti: il mercato stabilisce la sua impietosa legge consumistica, la critica si fa romanzo, i romanzi affogano nell'indifferenza generale stretti tra il male a oltranza del pulp e l'inespresso, la letteratura si impantana sopraffatta dalle idre dell'io, diventa tecnicamente fredda o inutilmente turgida o retorica. Intanto si perde la lingua e si rinuncia a un'identità. E i lettori si allontanano sempre di più, indifferenti alle euforiche promozioni di libri che durano una stagione. L'ultima estate del secolo ha trasformato la maleducazione in moda glorificando la volgarità dei comportamenti e della lingua. Per divertirsi e, come dice l'etimologia, volgersi altrove. Un tempo le maniere italiane erano un modello per l'Europa e Baldassar Castiglione nel suo Cortigiano si era ispirato alle dodici virtù dell'antichità. Anche da lì si era formato l'honnète homme  francese e il gentleman inglese.                                                                                                                       Non è affatto chiaro, poiché i generi letterari non sono tutti attivi in ogni tempo, quale sarà il genere più adatto ai nuovi tempi tecnologici. Perché nonostante gli attacchi alla poesia siano tanti, la sua velocità e brevità la mettono in sintonia anche con quel servizio, comunque meraviglioso, che è il mondo illimitato del web. E poiché poesia, saggezza e scienza sono sinonimi, quel breve movimento grafico in cui consiste una poesia immesso nel virtuale potrebbe rivelarsi come la mossa più classica per restituire un cuore al mondo moderno. In gioco c'è un'idea di letteratura forte ed educativa che si ponga in modo immediatamente frontale con il formalismo e il consumismo corrente. Se non vogliamo che altri campi della morte vengano allestiti, dobbiamo convertire il nostro modo di essere al mondo, la nostra vita. Impedire a visitatori vandalici che sperperino e calpestino le risorse più antiche su cui ancora possiamo contare. Impedire che si faccia tabula rasa  della nostra memoria,  italiana pur nella nuova dimensione globale. Ogni epoca ha il suo slancio e ogni generazione ha il dovere di testimoniare un'urgenza andando contro la corrente generale. E se la tendenza oggi è al globale e alla superficie, è necessario invertire questo movimento.  O almeno tentare per quanto possano povere parole, per quanto possa una preghiera o una  poesia.                                                                                                                                                                                  Grande è la desolazione del nostro tempo e ormai necessaria la spinta a migliorare nel nuovo secolo. A continuare o a  ricominciare a leggere, ancora una volta, i grandi maestri dell'antichità, nei quali Petrarca vedeva l'esemplare dell'uomo perfetto, e poi i maestri dimenticati dell'Occidente e dell'Oriente, gli scrittori le cui opere sono come stelle a più punte e più significati, stelle che irradiano luce lungo il faticoso cammino degli uomini. Riconoscere nella letteratura tutta l'energia straordinariamente elettrizzante e umana che contiene e che ogni lettore, nell'atto del leggere, saprà ritrovare in se stesso, in forme anche diverse da quelle pensate dall'autore.  Avere ancora una volta nuova spinta verso un'idea di letteratura più forte, come insegnamento. Le poesie e le narrazioni del passato non hanno valore diverso dalle Sacre Scritture, come sapeva bene Petrarca.                                                                                                                                                                            Gli uomini del Novecento spesso non hanno avuto equilibrio e tutto questo dura ancora. La bilancia instabile dei loro esseri li trascina verso il basso invece che spingerli a guardare il cielo. Verso la pesanteur, invece che verso lagrâce, come dice Simone Weil. Per occupare il vuoto, si aggrediscono gli altri e si maltrattano. Ci si sfinisce nella vana fatica della maldicenza, si cade nella gelosia e nell'illusione del possesso, invece di aspettare il compimento del dolore o mettere a tacere le esigenze illimitate dell'io o prestare attenzione e lodare il bello che è anche buono. Gesù predica il bene da duemila anni, Confucio da prima ancora. Petrarca invitata a sforzarsi verso il cielo, a salire il monte. Come fece lui e fece anche Mosè che in quel percorso ottenne la legge morale. Ma  è più facile per l'uomo, che non ha le ali, scivolare verso il basso che salire nell'aria. Il percorso verso l'umanità è molto lento e la gravità morale è dominante.                                                                                                                                Tuttavia non possiamo non sperare che si possano festeggiare ancora nuove nozze di Cana, che il nostro esodo da una terra ostile verso una terra promessa  possa  compiersi  di nuovo, che le cose di sempre possano essere fatte in modo nuovo. La speranza, come la sincerità, non sono beni che volano  nel mercato delle quotazioni. E poiché siamo sempre troppo deboli e inermi, dobbiamo per forza bilanciare i pesi per acquistare forza, trovare un giusto equilibrio. Per questo non possiamo non dare credito alla speranza, controbilanciare la forza di gravità con quella ascensionale. Già gli egiziani facevano della bilancia un uso religioso, prima ancora che economico. Con essa gli dèi pesavano il valore e le virtù delle anime volate dal corpo. La bilancia era la giustizia romana. Anche uno dei cavalieri dell'Apocalisse ha una bilancia tra le mani. Solo purificandosi Dante, all'inizio del Paradiso, si rivolge all'alto e dunque al bene come è naturale, in contrasto con la legge della gravità che spinge in basso, come accade invece, per principi fisici, al fiume o anche al fulmine.                                                                                                            La bilancia segna con l'ago il nostro punto d'equilibrio in un punto della terra, il nostro fulcro dove tendenze e forze antagonistiche trovano una risoluzione, quasi la punta di un compasso che disegna un'ideale circonferenza. E a spingere l'ago verso quel punto d'equilibrio è anche la poesia quando controbilancia, con la sua sola forza e senza alcuna prerogativa di arte applicata, le tante chiacchiere del mondo. Le cose del mondo non ci migliorano di per sé, se non aggiungiamo sull'altro piatto della bilancia la forza fisica dell'immaginazione e la gioia del ricreare quelle cose. Così soltanto un gesto quotidiano diventa eterno, per sempre, contro l'offesa del tempo.                                                                                                                              Seamus Heaney parla di "riparazione della poesia" quando essa può "essere poggiata sul piatto immaginativo della bilancia per lenire il disagio della nostra conoscenza delle cose come sono". Questa riparazione della poesia è  anche "l'esercizio della virtù della speranza". So che la speranza è  cristiana, è una delle tre virtù teologali, ma è l'unica forza invisibile che mi consenta di bilanciarmi. So che la speranza è anche il nutrimento più forte dell'attesa ebraica. Non ne conosco altre. Quando tutto è stato provato, sperare è un obbedire alla vita e far di nuovo rifluire l'energia vitale. E' il credito della realtà.                                                                                                     E' la stessa figura della bilancia che ritorna, equilibrio non più ampio della lama di un coltello. Che ci suggerisce anche un altro accostamento, quello con la croce, con i suoi rami uniti e contrari come i popoli, gli ebrei e i cristiani, che l'hanno eretta, come il tempo unico e separato delle nostre vite. Anche la croce, nell'intersezione dei suoi bracci, tende al centro di un cerchio, al nostro punto d'equilibrio. La croce che noi portiamo è quella del tempo, diviso tra passato e futuro, tra terra e cielo, in perpetuo squilibrio. I suoi bracci ripartiscono un'immaginaria circonferenza in quattro parti o periodi, come le quattro stagioni dell'anno o della nostra vita. Il nostro corpo stesso diventa bilancia e croce. E la poesia soltanto può riaggiustare questo squilibrio, ristabilire la necessità del nostro raddrizzamento,  educarci a riconoscerne  il passo lungo o breve del reale e del pensiero del reale, più forte della materia. Non basta, per questo,  una religione. Anche per Dante la poesia ha una vita letterale e visibile e una vita spirituale  e invisibile.                                                                                                                                  Credenti e atei, cristiani, ebrei e musulmani, siamo comunque nel tempo del pellegrinaggio. Stiamo tutti attraversando i campi e le vigne della nostra vita, tutti andiamo per agra come i pellegrini medievali. Come quei memorabili pellegrini poveri d'Italia, devoti a una madonna bella come una ragazza appoggiata ad una porta, con un bambino tra le braccia, come li ha fatti Caravaggio, con i  piedi nudi e sporchi e lembi di vesti sfolgoranti di bianco. Pellegrini in adorazione di quell'abbraccio carnale e spirituale della madre con il bambino, unione serena ed eterna.                                                                                                                                        Per quel poco che mi riguarda, passo dopo passo, verso dopo verso, foglio dopo foglio, i miei piedi, già in questi ultimi anni, hanno calpestato la terra, hanno saggiato direzioni e soste, passaggi e ritorni. Ho preso, quasi senza accorgermene, il bastone e la bisaccia: voglio sperare, nonostante il carico a me dato, che mi aspettino vie illuminative e vie unitive. E ho indossato rozze vesti con conchiglie intagliate nel cuore, come quelle che da piccola raccoglievo sulla spiaggia di Tarquinia. La bisaccia è il mio zainetto e la conchiglia il mio  piercing.  Nella bisaccia ho messo il tempo che mi rimane da vivere, l'ho pazientemente e con cura piegato per meglio distribuirlo tra chi mi è vicino, incalzata dai bisogni immediati e inevitabili. Ho preso un bastone d'appoggio sulla cui punta si è concentrata la mia sensibilità come accade a un cieco: quel legno viatore è diventato bastone per tracciare segni sulla sabbia con i bambini, penna con cui tracciare lettere alfabetiche sulla pagina o anche su un video, legno d'albero da cui lasciarmi portare, legno di dolore e di gioia, legno di croce.                                                                                                                       Questi anni sono stati gli anni lunghi del mio esodo segreto e interiore, il mio passaggio del Mar Rosso. Il mio itinerario nel tempo della maturità, è stato, ancora e sempre, camminare come una pellegrina, imparare a vivere: stare lontana dal rancore e dal giudizio per chi ci ha abbandonato, prestare attenzione a chi è presente nella nostra vita, stare con loro fino a quando, in un modo o nell'altro, ci lasceranno, resistere insieme. Ogni lettura mi ha insegnato qualche cosa, ogni scrittura mi ha modificato fisicamente e ha illuminato questo mio percorso. L'obbedienza al tempo, senza attese, è stata la mia  necessità e la mia forza.                                                                                                                                                                                Ho lavorato riscaldata dai rumori della casa, esuberanti quelli dei bambini, silenziosi quelli delle mie figlie "bambine", le mie poesie, discreti quelli di Antonina, come di ogni orientale. Le attese silenziose e mai impazienti dei miei due bambini, Giorgio e Pietro, mi hanno incalzata e costretta alla severità con me e all'indulgenza con gli altri, hanno dato un po' di pena e tanta letizia al tantissimo tempo dedicato alla scrittura. Ho diviso con loro la croce di un'assenza e il peso di quei chiodi che hanno trafitto le nostre giornate negli ultimi anni, e mi sono fatta consolare.                                                                                                                               Insieme, negli ultimi tre anni, siamo stati tante volte pellegrini a Roma. Abbiamo visto le basiliche patriarcali; abbiamo fatto il giro della sinagoga, della moschea e delle sette chiese. Siamo stati, invasi da un medesimo stupore, con il naso all'insù nella cupola bianca del Borromini tempestata di stelle e d'angeli con le ali raddoppiate, quasi in movimento. Sempre guardando in alto, abbiamo contemplato il cielo della Cappella Sistina e la volta del Carracci nel restaurato Palazzo Farnese. Nella Domus Aurea abbiamo visto le fessure da cui Raffaello e Pinturicchio si calavano per copiare le grottesche. Abbiamo attraversato ponti, quello rinascimentale di Ponte Sisto e quello degli angeli davanti a Castel Sant'Angelo, dove Dante aveva visto i romei andare e venire in doppia fila; siamo andati di corsa in bicicletta a rivedere, appena l'hanno scoperta, la facciata più leggera e slanciata di San Pietro e a vederla, di notte,  illuminata, come una grande torcia nel buio. In queste notti romane non ci abbandona mai, sempre lì a darci una direzione. Solo adesso capisco mio padre che andava a passeggiare, appena poteva, tra il colonnato del Bernini. Abbiamo attraversato in bicicletta Villa Borghese, negli stessi luoghi dove mio padre mi portava la domenica. Per me è  sempre un ritrovare, per loro una scoperta.                                                                                                                                   Dall'alto della cupola michelangiolesca, abbiamo visto Roma nella sua straordinaria magnificenza protetta all'orizzonte dalle linee morbide e indimenticabili dei colli albani e tuscolani. Per una volta, non è la cupola ad apparirci improvvisa simile a un totem, nei percorsi romani più diversi.                                                                                                                                  Tanto potenti e antiche e nuove sono le espressioni di Roma, che non abbiamo potuto non ammirarle e venerarle, come tante volte hanno fatto gli antichi, da Petrarca a Raffaello e ai tanti anonimi pellegrini e viaggiatori.  L'arte di Roma antica, con quello che ha di invisibile, cioè la memoria, ci ha nutrito e ha alleviato le nostre fatiche quotidiane e ci ha donato attimi di  vera esultanza.                                                                                                                                                                         Non dico Marina Cvetaeva, con il suo spirito incandescente tra le fiamme delle cupole e i sepolcri degli zar della sua Mosca, ma Sylvia Plath, abituata a freddi paesaggi di cemento americani, se fosse venuta a Roma con i suoi  bambini,  avrebbe forse trovato un po' di tregua  al suo dolore.                                                                                                                                        E ancora inventiamo nuove vie, io con i miei due bambini. L'ultimo pellegrinaggio è quello della Roma delle catacombe, della Roma arrossata dal sangue dei martiri. Soprattutto i luoghi dell'apostolo Pietro. "Ad limina Petri" e Pietro "in vincoli". Pietro liberato dal carcere per opera dell'angelo  di Raffaello e Pietro sulla croce rovesciata del Caravaggio. Le case, come quella di Prassede, in cui Pietro è stato ospite e il foro del martirio  attorno al quale Bramante ha costruito il tempietto sul monte d'oro.  Pietro, il mio bambino, è incantato e stupito.                                                                                                                                  Amo tutto ciò perché è la Roma agli albori del primo millennio, come amo i documenti pasticciati di latino e volgare che hanno fondato la nostra lingua all'inizio di questo secondo millennio.                                                                                                                               Andiamo a vedere  e rivedere San Giorgio in Velabro, l'unica chiesa romana dedicata al greco Giorgio, con l'ombra giottesca, accanto l'arco immacolato degli Argentari. Giorgio, l'altro mio bambino, si accontenta e pensa all'oriente.                                                                                 Le impalcature e i ponteggi che hanno a lungo costretto Roma e i romani sono cadute. Ogni giorno c'è, in questi ultimi tempi, un'apparizione che ci chiama. Roma si rivela nella sua sfolgorante veste nuova e antica, ancora e sempre città eterna, e ci ricompensa ampiamente della difficoltà, per noi abitanti, a viverla nel quotidiano. Andare e stare a Roma è pur sempre la festa della grazia: a Roma!a Roma!                                                                                                                     Questa estate, a Pieve di Soligo, Andrea Zanzotto mi parlava, per spiegare il titolo del suo prossimo libro, della "carità romana", secondo un'antica iconografia in cui una donna bella e procace allatta un uomo povero e non più giovane. Non so bene in che modo Zanzotto intendesse quell'immagine anomala e quella parola che è l'astrazione del latino carus, ma certamente Roma, senza l'esercizio della compassione e dell'accoglienza, non basterebbe a migliorarci. E anche quei luoghi sacri e antichi, dove il ricordo è diventato monumento, sanno accoglierci.                                                                                                                                    Il duemila accoglie i miei figli alle soglie estreme dell'infanzia. A me chiede  ancora tanta pazienza e di licenziare le pagine scritte  in questi anni, le prose e le poesie. "D'oro è il corso del tempo", scrive John Keats, come "tenera è la notte" e dolce il giorno. Perché il tempo della vita, invisibile e concretissimo nella memoria, ormai si è fatto breve. E cominciano ad accompagnarci quelle parole del vangelo: "d'ora innanzi quando soffro è come se non soffrissi, quando piango è come se non piangessi, quando godo è come se non godessi, perché passa la scena di questo mondo".                                                                                                                                        Ora che sto assemblando le diverse parti di questo libro, mi accorgo di avere involontariamente tracciato un po' del mio percorso letterario, ma anche, per forza di cose, di aver indicato alcuni percorsi della poesia nei due ultimi decenni del secolo e tracciato perfino il ritratto di una generazione che è vissuta e si è formata ai margini dell'editoria e dei media. E nelle mie notizie in calce al libro sono in sintesi segnalati i suoi luoghi di sosta e di lettura, con i poeti o con le idee della poesia come interlocutori immaginari: Petrarca e Leopardi, Keats e Lorca, e poi i maestri "in ombra" del Novecento. "Quanti poeti fanno d'oro il corso del tempo", quanti poeti hanno lastricato d'oro le vie della poesia! E quanti pellegrinaggi da una poesia all'altra, da un poeta all'altro!  E un'unica eco "ripetuta da mille sentinelle".                                                                                          Ci sono, nel libro, argomenti vari, temi discontinui per tono e senza un ordinamento cronologico, prose critiche scritte sempre per scelta, anche nell'occasione. Molto tuttavia ho corretto e anche scritto e riscritto.  Con il sentimento che la poesia, e l'atto del lettore che quella poesia fa rivivere, siano la zattera nel diluvio, un'oasi nel deserto, il convento nel rumore della modernità.                                                                                                                                                                            Li ho raccolti intorno a tre sezioni: la poesia, la prosa e i pensieri della poesia, cioè gli attributi e le idee. Non ho voluto tralasciare i piccoli brani perché sono comunque segni di una passione e di un'attenzione. In questo modo ho anche potuto dare un nome ai miei debiti di riconoscenza, che sono molti e tutti più o meno direttamente segnalati.                                                                      E mi pare che, in varie note e colori, questo libro, abbia un senso unico e ripeta da un capo all'altro la stessa cosa, o almeno la stessa aspirazione: far coincidere figura e senso, l'urna e l'ignoto liquore, il tempo e la bellezza per noi uomini occidentali di un tempo nuovo, con la necessità di rimettere i debiti e concedere nuovi crediti.                                                                                                         Il credito è una parola non bella dell'economia, come giustamente mi dice Pietro Citati, a cui ho chiesto consiglio sul titolo, eppure suppone  il credere e il dare fiducia, spalanca l'altra metà del cielo, che i poeti ci hanno mostrato, lo Yin e lo Yang del Libro delle mutazioni.  Allora si compie il miracolo del vedere, come accade a Caravaggio, che concretizza sempre nella parte superiore dei suoi quadri l'invisibile che si mostra alle persone semplici del popolo, a tutti coloro che hanno la capacità e l'immaginazione di saper vedere.  "Fede che è?" chiede San Pietro al poeta pellegrino: la sua "quiditate" è sostanza e argomento, senza avere altra vista.  Nel Mattino domenicale scrive Wallace Stevens: "...Io e la chitarra azzurra/siamo una cosa unica".  Mi è capitato proprio oggi di leggere un cartello alla parete di un verduraio: "Il credito è morto". Non è più morto Dio, non è più morto il credito economico, ma è morto il credito spirituale. Le "profonde cose" sono scomparse al nostro sguardo, nell'onnipotenza del visibile in cui viviamo e che ha impoverito l'amore, la religione e la poesia.   E l'invisibile è il debito ineludibile che la realtà ha contratto una volta per sempre. Perché l'invisibile ha la sua fissa dimora in terra. E le parvenze incomplete e deludenti in cui viviamo hanno, al termine di un itinerario nella mancanza, una nuova irrevocabile presenza nell'arte, che compie il miracolo di una rivelazione definitiva allo sguardo e di un ripopolamento, nella modernità, del deserto.  Ci sono inoltre, sparsi in queste pagine, gli umori dei miei versi, in gran parte inediti o sparsi su riviste, scritti in questo decennio. Il "sentire delicato", la gentilezza e la civiltà non sono parole astratte, ma  invisibili idee guida del nostro vivere. E poi  c'è la necessità della lode, laddove più forte cresce l'ingiuria: sia dato credito. Ci sono i temi a me più cari: la campagna e la natura come le ho conosciute nella mia infanzia,  la scrittura come aratura, i bambini, con il loro essere fanciullino davvero saggio e giusto, che sono come i poeti; e poi il  luogo del "familiare" come ultimo luogo comunitario, l'io che scompare e diventa invisibile più per un atto di carità o per obbedienza alla vita che  per un bel verso.  Per ultimo, la pittura, e, a volte, anche la fotografia, come visibile parlare.  Avrei voluto scrivere sulle immagini dell'annunciazione e della nascita, della passione di Cristo, entrare nel Quattrocento e nel Cinquecento italiano. Negli ultimi tempi il paesaggio, quello che m'appare in un quadro o in una città, indifferentemente, è diventato un elemento prepotente nella mia percezione. Si è come acuita la mia facoltà visiva e, nel vedere, vedere ancora più indietro. C'è bisogno di una qualità particolare nel vedere il senso più vero e non solo quello puramente esteriore e rozzo. Nel riconoscere il senso e sapere ritrovarlo nella nebbia in cui viviamo, nella quotidiana lotta con l'angelo che, come Giacobbe, sosteniamo. Vedere Santa Maria degli angeli e dei martiri e vedere la maestà delle terme romane su cui essa è cresciuta. Salire gli scalini del Campidoglio e vedere l'ara pagana e sibillina su cui si chinava Augusto, là dove sorge la chiesa dell'Ara coeli. Le reliquie architettoniche, come le anime dei morti, sono l'invisibile del passato, l'invisibile filo d'oro della memoria che è la fonte della poesia.                                                                                                                                     "Sia dato credito all'invisibile" perché sia concesso un nuovo credito al visibile. E perché esso sia lodato.  "Beati quelli che non videro, e credettero". Beati soprattutto perché, dal momento stesso che hanno veramente creduto, hanno visto. Petrarca sente sugli occhi un velo "che mi fea non veder quel ch'i' vedea". E Giovanni della Croce, raffigurandosi l'anima, scrive: "guarda che la tristezza/d'amore non si cura/se non con la presenza e la figura". E dice il fringuello cieco di Pascoli: "Sentii gli occhi pungermi, e vidi/che s'annerava lento lento". Il sapere accademico o dotto nei poeti si  concretizza come vedere entusiasmante. E nell'annuncio di questo saper vedere figure vere e concrete, consiste non solo la grande pittura, ma anche la grande poesia, maestre entrambe di luce, della luce che si riversa sul reale, ed entrambe arte come virtù figurata.                              Avrei voluto scrivere anche su Virgilio e su Dante, e su Pascoli. Sulla lingua degli uccelli, dei merli e dell'usignolo, ché sono gli inviati dell'invisibile e con i loro canti ci annunciano la musica,  e sugli angeli. Su Simone Weil non desidero scrivere, mi basta leggerla e rileggerla, come anche su María Zambrano.                                                                                                                                Non è chiaro se siamo già nel nuovo millennio. Tuttavia, non c'è stata la folgore o il tuono dell'Apocalisse, né il terremoto o la grandine. I sette angeli non hanno suonato le sette trombe, non hanno mandato le sette piaghe, non hanno aperto le sette fiale della collera divina. Perché l'apocalisse c'è già stata, mettendo a fuoco il tempo moderno, e tutti l'abbiamo potuta vedere.       Possiamo riempire il silenzio con la voce della poesia che non muore mai, controbilanciare le tentazioni più facili. Dare credito all'invisibile, che è fondamento e fine della poesia. E' l'invisibile che ci mostra in tutta la sua concretezza e viva evidenza il visibile, il reale vero. Come nel pane dell'ostia o nell'acqua del battesimo vive il Dio invisibile, così si mostra in una strofa quello che non si vede, così c'è, nella grafia di una poesia, l'incarnazione concreta di un'idea  invisibile.  Cosi ci mostrano, in tutta la loro sfolgorante concretezza, Piero della Francesca l'invisibile sogno di Costantino e l'Angelico le invisibili creature celesti dalle ali dorate o colorate in più tinte sgargianti.  Gli angeli sono già l'annuncio clamoroso del reale dentro il reale stesso. Così Petrarca ci mostra Laura in tutta la sua realtà perché è l'invisibile che è davvero visibile e Foscolo ci mostra le Grazie. La poesia è astratta e concreta, la sua parola invisibile diventa visibile. Troppo spesso nel passato la poesia è stata svuotata di senso, separando l'astratto dal reale. La realtà fenomenica e positivistica vince per l'evidenza, non per una sua sostanzialità. Il visibile ha il suo peso, ma è l'invisibile che lo rende utile, diceva Lao Tzou.                                                                             Pascoli invitava, all'inizio dello scorso secolo, ad accendere un Focolare per l'Era nuova. Quale "rinascimento" possiamo aspettarci? E quali "voci uccelline"?  Come vedere davvero le nostre "città invisibili"? Per andare oltre, noi moderni possiamo non sostare  troppo nella modernità del nostro tempo, ma piuttosto tornare indietro, nel passato. E non fermarci, per non trasformarci, come Lot, in statue di sale.  Andare, se necessario nel mondo degli inferi per tornare tra i vivi. Farci un po' ebrei o egiziani, etruschi o greci, per tornare a casa. Spostarci nel tempo, più che nello spazio. Evitare di disperderci, di dimenticare, di farci mitteleuropei o russi, diventare altri da ciò che siamo. E gioire e provare gaudio, nonostante tutto, che è il sentimento più arduo. Bisognerebbe poggiare le orecchie a terra, come si faceva tanto tempo fa, per sentire il suono del corno d'ariete ebraico, che annunciava la gioia, arrivarci da un solco sepolto e lontano.  Accogliere l'invito paolino: "Fratelli, siate lieti". Evitare di esibire la sofferenza come il fardello insostenibile, finché esistano al mondo poveri e malati, invece di offrire consolazione e raccogliere la gioia.                                                                                                                                          La Sibilla, diceva Pascoli,  ha scritto il suo vaticinio su foglie di palma, ma il vento le ha confuse e le ha portate via. Quale ritroveremo? Quale foglia, quale sito potremo cliccare per il futuro nostro e di chi verrà dopo di noi?                                                                                                          Su una foglia c'era scritto amore e sul retro guerra, su una bene e sul retro male, su un'altra bambino  e su un'altra scienza, su un'altra ancora famiglia e sul retro separazioni,  su un'altra natura  e su un'ultima fede. Quale file conserveremo? A cosa si darà credito? Come si consoliderà la memoria?  Raccogliamo per ora i frammenti sparsi della nostra anima.  

Roma, 24 maggio 2000