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Indice di Sia dato credito all'invisibile Prose e saggi
Introduzione:Pellegrinaggi
ai luoghi della poesia
1. Sulla
poesia
Amo
il mio tempo. Su l'Arte poetica di
Orazio
Canto
secolare. Su Orazio e il Novecento
"Raccoglierò
i frammenti della mia anima". Sul Canzoniere
di Francesco
Petrarca
La
dignità di Pico della Mirandola
"Rito
silenzioso" sulla tomba di John Keats
Giacomo
Leopardi, poeta della gioia
Le
madri e i padri della nostra poesia
Federico
García Lorca, poeta gitano
2.
Sulla prosa
I
lunghi passi della prosa
La
vita naturale: Jane Austen, Charlotte e Emily Brontë, Colette, Cristina
Campo
L'incantesimo
di Paolo Prestigiacomo
Elsa
Morante, grande madre del Novecento
Lalla
Romano, poesia estrema di attenzione e giustizia
3.
Sui pensieri della poesia
La
civiltà familiare della lingua poetica
La
vita nuova
Marisa,
"una donna sognante"
Strade
e sentieri della poesia
La
lingua della lode
Intorno
a La parola ritrovata
Poesia
come milizia
La
natura, l'aratro e il verso
Di
un sentire delicato
Discorso
di un italiano intorno all'Europa
Roma
e Parigi
Immortalità
della poesia
L'artista
e la croce. Caravaggio e Pasolini
Da
Seneca
Sia
dato credito all'invisibile
Pellegrinaggio ai luoghi della poesia
Questo libro si è formato
lentamente nel tempo, in quest'ultimo decennio del secolo, nell'ultimo tratto
invernale di un secolo consapevole delle proprie disumane tensioni e della sua
insufficienza a migliorare e meglio orientare l'uomo nel suo difficile
attraversamento della terra. Non è nato da un intento unitario e
non ha un tema sviluppato ordinatamente.
Dal 1992 ai giorni
inaugurali del nuovo millennio, nel tempo che ho impiegato a comporlo
mettendo pazientemente un mattone su un altro mattone come costruendo una casa,
c'è stata un'altra guerra in Europa e popoli costretti in colonne interminabili
a lasciare a piedi le proprie case, nell'ultimo esodo. Dopo Hiroshima, dopo
Sarajevo, sempre più la poesia diventa
l'ultima frontiera a disposizione di un mondo che sa riconoscere solo l'effimero
e il relativo e rischia la disumanità.
C'è stata, in questi anni,
l'esplosione trionfale della rete telematica che ci da tante notizie che
sembrano eguali e non lo sono, che ci esalta e limita i nostri movimenti più
umani. E, per chi vive come me a Roma, c'è stata la preparazione sofferta per
l'evento giubilare che ci
ha accompagnato nel passaggio del secolo e del millennio.
Era inevitabile che si
cominciasse a pensare in modo millenario, meno egocentrico e più aperto. La
distruzione delle forme, in arte come in poesia, ci ha già parlato dell'uomo
novecentesco sfigurato, senza centro e senza equilibrio.
L'aridità e i muri alzati in
questo secolo non ci hanno reso più felici né più agevole la vita. Io, che
sono nata a metà secolo, non ho avuto esperienza della guerra che per due volte
ha devastato paesi e città, ma ho conosciuto la guerra fredda, quella che non
tocca il corpo, ma soltanto l'anima ed è più comoda e apparentemente più
mite, ma altrettanto violenta. Quel muro c'era quando sono nata ed è crollato
solo nel 1989. Ho anche conosciuto la fine istantanea di un mondo fondato sulla
campagna e sui ritmi delle stagioni
che, ancora vivo negli anni Cinquanta, quand'ero una bambina, oggi è scomparso.
Gli anni Sessanta hanno mutato radicalmente la nostra vita. Ci sono
alcune date: il 1963 con l'irruzione delle avanguardie nel mondo letterario, il
1965 quando, con la decadenza del latino anche nella liturgia ecclesiastica,
decade una tradizione secolare, il 1968 con la contestazione elevata a metodo
civile e sociale nella politica e nella società. Sono date cruciali per
l'intero secondo Novecento, che da quegli eventi è rimasto segnato con
strascichi ancora perduranti.
E per un grande muro con i suoi
fili spinati che è stato infine abbattuto, altri ostacoli
sono stati eretti, muri e
conflitti tra i paesi, tra le etnie, tra le religioni, tra le aule di una stessa
università. Con determinazione, quasi per una necessità senza senso o per
l'inclinazione moderna a fare del proprio io il centro del mondo, sono stati
alzati muri dentro le famiglie, dove crescono i bambini, gli uomini del duemila.
La comunicazione è un fiume in piena virtuale che si ingorga e ristagna nelle
comunità più piccole fatte di una sola persona idealmente in contatto con il
mondo intero ma, nella realtà, a distanza siderale dal vicino di casa, respinto
nella propria solitudine.
Il tempo moderno, cominciato con
la Rivoluzione francese, ha consacrato lo spirito laico. Ma è stato, bisognerà
pur convenirne, il trionfo delle illusioni. Il moderno presume di fondarsi sulla
ragione critica ma crea miti e utopie, le tante vane illusioni da cui anche il
buddismo vorrebbe liberare gli uomini. Queste sono ormai crollate, le nuove
tecnologie stanno guadagnando anime e cuori invece di essere piegate soltanto ai
bisogni dell'uomo. Il virtuale è concreto, ma inesistente. La sua materia
inerte e insensibile, attraverso una trasmutazione consacrante come nell'eucarestia,
diventa commestibile per tutti e in lei scende il divino dei nostri tempi. Il
comunicare cristiano e il comunicare globale coincidono perfettamente. In
entrambi i movimenti si ottiene un dono, cum munus., da cui viene la parola comunicazione.
Nel nuovo ordine frantumato è
saltata però ogni distinzione tra il bene e il male. Anzi il male fa notizia;
fa la tendenza. Il bene è solo buonismo. L'ombra lunga dei campi di morte in
Germania e in Siberia ha lambito per decenni l'impossibilità dell'arte e della
poesia, fino ai nostri giorni. Le ideologie hanno a lungo occupato i nostri
pensieri e la nostra anima. Sono stati i tralicci di un mondo vuoto, e ormai
sono caduti anche quelli. Molti tuttavia sono ancora coloro che parlano di
letteratura facendo politica o parlano politicamente attraverso la letteratura,
coloro che non riescono a leggere l'impatto vitale che sempre la poesia ha con
il suo tempo, perfino anticipandolo, come fece Dante annunciando due secoli
prima, nel "folle volo" di Ulisse, il viaggio verso ovest di Colombo.
I pasticci che ne derivano sono
tanti: il mercato stabilisce la sua impietosa legge consumistica, la critica si
fa romanzo, i romanzi affogano nell'indifferenza generale stretti tra il male a
oltranza del pulp e l'inespresso, la
letteratura si impantana sopraffatta dalle idre dell'io, diventa tecnicamente
fredda o inutilmente turgida o retorica. Intanto si perde la lingua e si
rinuncia a un'identità. E i lettori si allontanano sempre di più, indifferenti
alle euforiche promozioni di libri che durano una stagione. L'ultima estate del secolo ha
trasformato la maleducazione in moda glorificando la volgarità dei
comportamenti e della lingua. Per divertirsi e, come dice l'etimologia, volgersi
altrove. Un tempo le maniere italiane erano un modello per l'Europa e Baldassar
Castiglione nel suo Cortigiano si era
ispirato alle dodici virtù dell'antichità. Anche da lì si era formato l'honnète
homme francese e il gentleman
inglese.
Non è affatto chiaro, poiché i
generi letterari non sono tutti attivi in ogni tempo, quale sarà il genere più
adatto ai nuovi tempi tecnologici. Perché nonostante gli attacchi alla poesia
siano tanti, la sua velocità e brevità la mettono in sintonia anche con quel
servizio, comunque meraviglioso, che è il mondo illimitato del web. E poiché
poesia, saggezza e scienza sono sinonimi, quel breve movimento grafico in cui
consiste una poesia immesso nel virtuale potrebbe rivelarsi come la mossa più
classica per restituire un cuore al mondo moderno. In gioco c'è un'idea di
letteratura forte ed educativa che si ponga in modo immediatamente frontale con
il formalismo e il consumismo corrente. Se non vogliamo che altri campi della
morte vengano allestiti, dobbiamo convertire il nostro modo di essere al mondo,
la nostra vita. Impedire a visitatori vandalici che sperperino e calpestino le
risorse più antiche su cui ancora possiamo contare. Impedire che si faccia tabula
rasa della nostra memoria,
italiana pur nella nuova dimensione globale. Ogni epoca ha il suo slancio
e ogni generazione ha il dovere di testimoniare un'urgenza andando contro la
corrente generale. E se la tendenza oggi è al globale e alla superficie, è
necessario invertire questo movimento. O
almeno tentare per quanto possano povere parole, per quanto possa una preghiera
o una
poesia.
Grande è la desolazione del
nostro tempo e ormai necessaria la spinta a migliorare nel nuovo secolo. A
continuare o a ricominciare a
leggere, ancora una volta, i grandi maestri dell'antichità, nei quali Petrarca
vedeva l'esemplare dell'uomo perfetto, e poi i maestri dimenticati
dell'Occidente e dell'Oriente, gli scrittori le cui opere sono come stelle a più
punte e più significati, stelle che irradiano luce lungo il faticoso cammino
degli uomini. Riconoscere nella letteratura tutta l'energia straordinariamente
elettrizzante e umana che contiene e che ogni lettore, nell'atto del leggere,
saprà ritrovare in se stesso, in forme anche diverse da quelle pensate
dall'autore. Avere ancora una volta
nuova spinta verso un'idea di letteratura più forte, come insegnamento. Le
poesie e le narrazioni del passato non hanno valore diverso dalle Sacre
Scritture, come sapeva bene Petrarca.
Gli uomini del Novecento spesso
non hanno avuto equilibrio e tutto questo dura ancora. La bilancia instabile dei
loro esseri li trascina verso il basso invece che spingerli a guardare il cielo.
Verso la pesanteur, invece che verso
lagrâce, come dice Simone Weil. Per
occupare il vuoto, si aggrediscono gli altri e si maltrattano. Ci si sfinisce
nella vana fatica della maldicenza, si cade nella gelosia e nell'illusione del
possesso, invece di aspettare il compimento del dolore o mettere a tacere le
esigenze illimitate dell'io o prestare attenzione e lodare il bello che è anche
buono. Gesù predica il bene da duemila anni, Confucio da prima ancora. Petrarca
invitata a sforzarsi verso il cielo, a salire il monte. Come fece lui e fece
anche Mosè che in quel percorso ottenne la legge morale. Ma
è più facile per l'uomo, che non ha le ali, scivolare verso il basso
che salire nell'aria. Il percorso verso l'umanità è molto lento e la gravità
morale è dominante.
Tuttavia non possiamo non
sperare che si possano festeggiare ancora nuove nozze di Cana, che il nostro
esodo da una terra ostile verso una terra promessa
possa compiersi
di nuovo, che le cose di sempre possano essere fatte in modo nuovo. La
speranza, come la sincerità, non sono beni che volano
nel mercato delle quotazioni. E poiché siamo sempre troppo deboli e
inermi, dobbiamo per forza bilanciare i pesi per acquistare forza, trovare un
giusto equilibrio. Per questo non possiamo non dare credito alla speranza,
controbilanciare la forza di gravità con quella ascensionale. Già gli egiziani
facevano della bilancia un uso religioso, prima ancora che economico. Con essa
gli dèi pesavano il valore e le virtù delle anime volate dal corpo. La
bilancia era la giustizia romana. Anche uno dei cavalieri dell'Apocalisse
ha una bilancia tra le mani. Solo purificandosi Dante, all'inizio del Paradiso,
si rivolge all'alto e dunque al bene come è naturale, in contrasto con la legge
della gravità che spinge in basso, come accade invece, per principi fisici, al
fiume o anche al fulmine.
La bilancia segna con l'ago il
nostro punto d'equilibrio in un punto della terra, il nostro fulcro dove
tendenze e forze antagonistiche trovano una risoluzione, quasi la punta di un
compasso che disegna un'ideale circonferenza. E a spingere l'ago verso quel
punto d'equilibrio è anche la poesia quando controbilancia, con la sua sola
forza e senza alcuna prerogativa di arte applicata, le tante chiacchiere del
mondo. Le cose del mondo non ci migliorano di per sé, se non aggiungiamo
sull'altro piatto della bilancia la forza fisica dell'immaginazione e la gioia
del ricreare quelle cose. Così soltanto un gesto quotidiano diventa eterno, per
sempre, contro l'offesa del tempo.
Seamus Heaney parla di
"riparazione della poesia" quando essa può "essere poggiata sul
piatto immaginativo della bilancia per lenire il disagio della nostra conoscenza
delle cose come sono". Questa riparazione della poesia è
anche "l'esercizio della virtù della speranza". So che la
speranza è cristiana, è una delle
tre virtù teologali, ma è l'unica forza invisibile che mi consenta di
bilanciarmi. So che la speranza è anche il nutrimento più forte dell'attesa
ebraica. Non ne conosco altre. Quando tutto è stato provato, sperare è un
obbedire alla vita e far di nuovo rifluire l'energia vitale. E' il credito della
realtà.
E' la stessa figura della
bilancia che ritorna, equilibrio non più ampio della lama di un coltello. Che
ci suggerisce anche un altro accostamento, quello con la croce, con i suoi rami
uniti e contrari come i popoli, gli ebrei e i cristiani, che l'hanno eretta,
come il tempo unico e separato delle nostre vite. Anche la croce,
nell'intersezione dei suoi bracci, tende al centro di un cerchio, al nostro
punto d'equilibrio. La croce che noi portiamo è quella del tempo, diviso tra
passato e futuro, tra terra e cielo, in perpetuo squilibrio. I suoi bracci
ripartiscono un'immaginaria circonferenza in quattro parti o periodi, come le
quattro stagioni dell'anno o della nostra vita. Il nostro corpo stesso diventa
bilancia e croce. E la poesia soltanto può riaggiustare questo squilibrio,
ristabilire la necessità del nostro raddrizzamento, educarci a riconoscerne
il passo lungo o breve del reale e del pensiero del reale, più forte
della materia. Non basta, per questo, una
religione. Anche per Dante la poesia ha una vita letterale e visibile e una vita
spirituale e invisibile.
Credenti e atei, cristiani,
ebrei e musulmani, siamo comunque nel tempo del pellegrinaggio. Stiamo tutti
attraversando i campi e le vigne della nostra vita, tutti andiamo per
agra come i pellegrini medievali. Come quei memorabili pellegrini poveri
d'Italia, devoti a una madonna bella come una ragazza appoggiata ad una porta,
con un bambino tra le braccia, come li ha fatti Caravaggio, con i
piedi nudi e sporchi e lembi di vesti sfolgoranti di bianco. Pellegrini
in adorazione di quell'abbraccio carnale e spirituale della madre con il
bambino, unione serena ed eterna.
Per quel poco che mi riguarda,
passo dopo passo, verso dopo verso, foglio dopo foglio, i miei piedi, già in
questi ultimi anni, hanno calpestato la terra, hanno saggiato direzioni e soste,
passaggi e ritorni. Ho preso, quasi senza accorgermene, il bastone e la
bisaccia: voglio sperare, nonostante il carico a me dato, che mi aspettino vie
illuminative e vie unitive. E ho indossato rozze vesti con conchiglie intagliate
nel cuore, come quelle che da piccola raccoglievo sulla spiaggia di Tarquinia.
La bisaccia è il mio zainetto e la conchiglia il mio
piercing.
Nella bisaccia ho messo il tempo che mi rimane da vivere, l'ho
pazientemente e con cura piegato per meglio distribuirlo tra chi mi è vicino,
incalzata dai bisogni immediati e inevitabili. Ho preso un bastone d'appoggio
sulla cui punta si è concentrata la mia sensibilità come accade a un cieco:
quel legno viatore è diventato bastone per tracciare segni sulla sabbia con i
bambini, penna con cui tracciare lettere alfabetiche sulla pagina o anche su un
video, legno d'albero da cui lasciarmi portare, legno di dolore e di gioia,
legno di croce.
Questi anni sono stati gli anni
lunghi del mio esodo segreto e interiore, il mio passaggio del Mar Rosso. Il mio
itinerario nel tempo della maturità, è stato, ancora e sempre, camminare come
una pellegrina, imparare a vivere: stare lontana dal rancore e dal giudizio per
chi ci ha abbandonato, prestare attenzione a chi è presente nella nostra vita,
stare con loro fino a quando, in un modo o nell'altro, ci lasceranno, resistere
insieme. Ogni lettura mi ha insegnato qualche cosa, ogni scrittura mi ha
modificato fisicamente e ha illuminato questo mio percorso. L'obbedienza al
tempo, senza attese, è stata la mia necessità e la mia forza.
Ho lavorato riscaldata dai
rumori della casa, esuberanti quelli dei bambini, silenziosi quelli delle mie
figlie "bambine", le mie poesie, discreti quelli di Antonina, come di
ogni orientale. Le attese silenziose e mai impazienti dei miei due bambini,
Giorgio e Pietro, mi hanno incalzata e costretta alla severità con me e
all'indulgenza con gli altri, hanno dato un po' di pena e tanta letizia al
tantissimo tempo dedicato alla scrittura. Ho diviso con loro la croce di
un'assenza e il peso di quei chiodi che hanno trafitto le nostre giornate negli
ultimi anni, e mi sono fatta consolare.
Insieme, negli ultimi tre anni,
siamo stati tante volte pellegrini a Roma. Abbiamo visto le basiliche
patriarcali; abbiamo fatto il giro della sinagoga, della moschea e delle sette
chiese. Siamo stati, invasi da un medesimo stupore, con il naso all'insù nella
cupola bianca del Borromini tempestata di stelle e d'angeli con le ali
raddoppiate, quasi in movimento. Sempre guardando in alto, abbiamo contemplato
il cielo della Cappella Sistina e la volta del Carracci nel restaurato Palazzo
Farnese. Nella Domus Aurea abbiamo
visto le fessure da cui Raffaello e Pinturicchio si calavano per copiare le grottesche.
Abbiamo attraversato ponti, quello rinascimentale di Ponte Sisto e quello degli
angeli davanti a Castel Sant'Angelo, dove Dante aveva visto i romei andare e
venire in doppia fila; siamo andati di corsa in bicicletta a rivedere, appena
l'hanno scoperta, la facciata più leggera e slanciata di San Pietro e a
vederla, di notte, illuminata, come
una grande torcia nel buio. In queste notti romane non ci abbandona mai, sempre
lì a darci una direzione. Solo adesso capisco mio padre che andava a
passeggiare, appena poteva, tra il colonnato del Bernini. Abbiamo attraversato
in bicicletta Villa Borghese, negli stessi luoghi dove mio padre mi portava la
domenica. Per me è sempre un
ritrovare, per loro una scoperta.
Dall'alto della cupola
michelangiolesca, abbiamo visto Roma nella sua straordinaria magnificenza
protetta all'orizzonte dalle linee morbide e indimenticabili dei colli albani e
tuscolani. Per una volta, non è la cupola ad apparirci improvvisa simile a un
totem, nei percorsi romani più diversi.
Tanto potenti e antiche e nuove
sono le espressioni di Roma, che non abbiamo potuto non ammirarle e venerarle,
come tante volte hanno fatto gli antichi, da Petrarca a Raffaello e ai tanti
anonimi pellegrini e viaggiatori. L'arte
di Roma antica, con quello che ha di invisibile, cioè la memoria, ci ha nutrito
e ha alleviato le nostre fatiche quotidiane e ci ha donato attimi di
vera esultanza.
Non dico Marina Cvetaeva, con il
suo spirito incandescente tra le fiamme delle cupole e i sepolcri degli zar
della sua Mosca, ma Sylvia Plath, abituata a freddi paesaggi di cemento
americani, se fosse venuta a Roma con i suoi
bambini, avrebbe forse
trovato un po' di tregua al suo
dolore.
E ancora inventiamo nuove vie,
io con i miei due bambini. L'ultimo pellegrinaggio è quello della Roma delle
catacombe, della Roma arrossata dal sangue dei martiri. Soprattutto i luoghi
dell'apostolo Pietro. "Ad limina Petri" e Pietro "in
vincoli". Pietro liberato dal carcere per opera dell'angelo
di Raffaello e Pietro sulla croce rovesciata del Caravaggio. Le case,
come quella di Prassede, in cui Pietro è stato ospite e il foro del martirio
attorno al quale Bramante ha costruito il tempietto sul monte d'oro. Pietro, il mio bambino, è incantato e stupito.
Amo tutto ciò perché è la
Roma agli albori del primo millennio, come amo i documenti pasticciati di latino
e volgare che hanno fondato la nostra lingua all'inizio di questo secondo
millennio.
Andiamo a vedere
e rivedere San Giorgio in Velabro, l'unica chiesa romana dedicata al
greco Giorgio, con l'ombra giottesca, accanto l'arco immacolato degli Argentari.
Giorgio, l'altro mio bambino, si accontenta e pensa all'oriente.
Le impalcature e i ponteggi che
hanno a lungo costretto Roma e i romani sono cadute. Ogni giorno c'è, in questi
ultimi tempi, un'apparizione che ci chiama. Roma si rivela nella sua sfolgorante
veste nuova e antica, ancora e sempre città eterna, e ci ricompensa ampiamente
della difficoltà, per noi abitanti, a viverla nel quotidiano. Andare e stare a
Roma è pur sempre la festa della grazia: a Roma!a Roma!
Questa estate, a Pieve di Soligo,
Andrea Zanzotto mi parlava, per spiegare il titolo del suo prossimo libro, della
"carità romana", secondo un'antica iconografia in cui una donna bella
e procace allatta un uomo povero e non più giovane. Non so bene in che modo
Zanzotto intendesse quell'immagine anomala e quella parola che è l'astrazione
del latino carus, ma certamente Roma,
senza l'esercizio della compassione e dell'accoglienza, non basterebbe a
migliorarci. E anche quei luoghi sacri e antichi, dove il ricordo è diventato
monumento, sanno accoglierci.
Il duemila accoglie i miei figli
alle soglie estreme dell'infanzia. A me chiede
ancora tanta pazienza e di licenziare le pagine scritte
in questi anni, le prose e le poesie. "D'oro è il corso del
tempo", scrive John Keats, come "tenera è la notte" e dolce il
giorno. Perché il tempo della vita, invisibile e concretissimo nella memoria,
ormai si è fatto breve. E cominciano ad accompagnarci quelle parole del
vangelo: "d'ora innanzi quando soffro è come se non soffrissi, quando
piango è come se non piangessi, quando godo è come se non godessi, perché
passa la scena di questo mondo".
Ora che sto assemblando le
diverse parti di questo libro, mi accorgo di avere involontariamente tracciato
un po' del mio percorso letterario, ma anche, per forza di cose, di aver
indicato alcuni percorsi della poesia nei due ultimi decenni del secolo e
tracciato perfino il ritratto di una generazione che è vissuta e si è formata
ai margini dell'editoria e dei media. E nelle mie notizie in calce al libro sono
in sintesi segnalati i suoi luoghi di sosta e di lettura, con i poeti o con le
idee della poesia come interlocutori immaginari: Petrarca e Leopardi, Keats e
Lorca, e poi i maestri "in ombra" del Novecento. "Quanti poeti
fanno d'oro il corso del tempo", quanti poeti hanno lastricato d'oro le vie
della poesia! E quanti pellegrinaggi da una poesia all'altra, da un poeta
all'altro! E un'unica eco
"ripetuta da mille sentinelle".
Ci sono, nel libro, argomenti
vari, temi discontinui per tono e senza un ordinamento cronologico, prose
critiche scritte sempre per scelta, anche nell'occasione. Molto tuttavia ho
corretto e anche scritto e riscritto. Con
il sentimento che la poesia, e l'atto del lettore che quella poesia fa rivivere,
siano la zattera nel diluvio, un'oasi nel deserto, il convento nel rumore della
modernità.
Li ho raccolti intorno a tre
sezioni: la poesia, la prosa e i pensieri della poesia, cioè gli attributi e le
idee. Non ho voluto tralasciare i piccoli brani perché sono comunque segni di
una passione e di un'attenzione. In questo modo ho anche potuto dare un nome ai
miei debiti di riconoscenza, che sono molti e tutti più o meno direttamente
segnalati.
E mi pare che, in varie note e
colori, questo libro, abbia un senso unico e ripeta da un capo all'altro la
stessa cosa, o almeno la stessa aspirazione: far coincidere figura e senso,
l'urna e l'ignoto liquore, il tempo e la bellezza per noi uomini occidentali di
un tempo nuovo, con la necessità di rimettere i debiti e concedere nuovi
crediti.
Il credito è una parola non
bella dell'economia, come giustamente mi dice Pietro Citati, a cui ho chiesto
consiglio sul titolo, eppure suppone il
credere e il dare fiducia, spalanca l'altra metà del cielo, che i poeti ci
hanno mostrato, lo Yin e lo Yang del Libro
delle mutazioni. Allora si
compie il miracolo del vedere, come accade a Caravaggio, che concretizza sempre
nella parte superiore dei suoi quadri l'invisibile che si mostra alle persone
semplici del popolo, a tutti coloro che hanno la capacità e l'immaginazione di
saper vedere. "Fede che è?"
chiede San Pietro al poeta pellegrino: la sua "quiditate" è sostanza
e argomento, senza avere altra vista. Nel
Mattino domenicale scrive Wallace
Stevens: "...Io e la chitarra azzurra/siamo una cosa unica". Mi è capitato proprio oggi di
leggere un cartello alla parete di un verduraio: "Il credito è
morto". Non è più morto Dio, non è più morto il credito economico, ma
è morto il credito spirituale. Le "profonde cose" sono scomparse al
nostro sguardo, nell'onnipotenza del visibile in cui viviamo e che ha impoverito
l'amore, la religione e la poesia. E
l'invisibile è il debito ineludibile che la realtà ha contratto una volta per
sempre. Perché l'invisibile ha la sua fissa dimora in terra. E le parvenze
incomplete e deludenti in cui viviamo hanno, al termine di un itinerario nella
mancanza, una nuova irrevocabile presenza nell'arte, che compie il miracolo di
una rivelazione definitiva allo sguardo e di un ripopolamento, nella modernità,
del deserto. Ci sono inoltre, sparsi in
queste pagine, gli umori dei miei versi, in gran parte inediti o sparsi su
riviste, scritti in questo decennio. Il "sentire delicato", la
gentilezza e la civiltà non sono parole astratte, ma
invisibili idee guida del nostro vivere. E poi c'è
la necessità della lode, laddove più forte cresce l'ingiuria: sia dato
credito. Ci sono i temi a me più cari: la campagna e la natura come le ho
conosciute nella mia infanzia, la
scrittura come aratura, i bambini, con il loro essere fanciullino
davvero saggio e giusto, che sono come i poeti; e poi il luogo del "familiare" come ultimo luogo
comunitario, l'io che scompare e diventa invisibile più per un atto di carità
o per obbedienza alla vita che per
un bel verso. Per ultimo, la pittura, e, a
volte, anche la fotografia, come visibile parlare.
Avrei voluto scrivere sulle immagini dell'annunciazione e della nascita,
della passione di Cristo, entrare nel Quattrocento e nel Cinquecento italiano. Negli ultimi tempi il paesaggio,
quello che m'appare in un quadro o in una città, indifferentemente, è
diventato un elemento prepotente nella mia percezione. Si è come acuita la mia
facoltà visiva e, nel vedere, vedere ancora più indietro. C'è bisogno di una
qualità particolare nel vedere il senso più vero e non solo quello puramente
esteriore e rozzo. Nel riconoscere il senso e sapere ritrovarlo nella nebbia in
cui viviamo, nella quotidiana lotta con l'angelo che, come Giacobbe, sosteniamo.
Vedere Santa Maria degli angeli e dei martiri e vedere la maestà delle terme
romane su cui essa è cresciuta. Salire gli scalini del Campidoglio e vedere
l'ara pagana e sibillina su cui si chinava Augusto, là dove sorge la chiesa
dell'Ara coeli. Le reliquie architettoniche, come le anime dei morti, sono
l'invisibile del passato, l'invisibile filo d'oro della memoria che è la fonte
della poesia.
"Sia dato credito
all'invisibile" perché sia concesso un nuovo credito al visibile. E perché
esso sia lodato. "Beati quelli
che non videro, e credettero". Beati soprattutto perché, dal momento
stesso che hanno veramente creduto, hanno visto. Petrarca sente sugli occhi un
velo "che mi fea non veder quel ch'i' vedea". E Giovanni della Croce,
raffigurandosi l'anima, scrive: "guarda che la tristezza/d'amore non si
cura/se non con la presenza e la figura". E dice il fringuello cieco di
Pascoli: "Sentii gli occhi pungermi, e vidi/che s'annerava lento
lento". Il sapere accademico o dotto nei poeti si
concretizza come vedere entusiasmante. E nell'annuncio di questo saper
vedere figure vere e concrete, consiste non solo la grande pittura, ma anche la
grande poesia, maestre entrambe di luce, della luce che si riversa sul reale, ed
entrambe arte come virtù figurata.
Avrei voluto scrivere anche su
Virgilio e su Dante, e su Pascoli. Sulla lingua degli uccelli, dei merli e
dell'usignolo, ché sono gli inviati dell'invisibile e con i loro canti ci
annunciano la musica, e sugli
angeli. Su Simone Weil non desidero scrivere, mi basta leggerla e rileggerla,
come anche su María Zambrano.
Non è chiaro se siamo già nel
nuovo millennio. Tuttavia, non c'è stata la folgore o il tuono dell'Apocalisse,
né il terremoto o la grandine. I sette angeli non hanno suonato le sette
trombe, non hanno mandato le sette piaghe, non hanno aperto le sette fiale della
collera divina. Perché l'apocalisse c'è già stata, mettendo a fuoco il tempo
moderno, e tutti l'abbiamo potuta vedere. Possiamo riempire il silenzio
con la voce della poesia che non muore mai, controbilanciare le tentazioni più
facili. Dare credito all'invisibile, che è fondamento e fine della poesia. E'
l'invisibile che ci mostra in tutta la sua concretezza e viva evidenza il
visibile, il reale vero. Come nel pane dell'ostia o nell'acqua del battesimo
vive il Dio invisibile, così si mostra in una strofa quello che non si vede,
così c'è, nella grafia di una poesia, l'incarnazione concreta di un'idea
invisibile. Cosi ci
mostrano, in tutta la loro sfolgorante concretezza, Piero della Francesca
l'invisibile sogno di Costantino e l'Angelico le invisibili creature celesti
dalle ali dorate o colorate in più tinte sgargianti.
Gli angeli sono già l'annuncio clamoroso del reale dentro il reale
stesso. Così Petrarca ci mostra Laura in tutta la sua realtà perché è
l'invisibile che è davvero visibile e Foscolo ci mostra le Grazie. La poesia è
astratta e concreta, la sua parola invisibile diventa visibile. Troppo spesso
nel passato la poesia è stata svuotata di senso, separando l'astratto dal
reale. La realtà fenomenica e positivistica vince per l'evidenza, non per una
sua sostanzialità. Il visibile ha il suo peso, ma è l'invisibile che lo rende
utile, diceva Lao Tzou.
Pascoli
invitava, all'inizio dello scorso secolo, ad accendere un Focolare per l'Era
nuova. Quale "rinascimento" possiamo aspettarci? E quali "voci
uccelline"? Come vedere
davvero le nostre "città invisibili"? Per andare oltre, noi moderni
possiamo non sostare troppo nella
modernità del nostro tempo, ma piuttosto tornare indietro, nel passato. E non
fermarci, per non trasformarci, come Lot, in statue di sale. Andare,
se necessario nel mondo degli inferi per tornare tra i vivi. Farci un po' ebrei
o egiziani, etruschi o greci, per tornare a casa. Spostarci nel tempo, più che
nello spazio. Evitare di disperderci, di dimenticare, di farci mitteleuropei o
russi, diventare altri da ciò che siamo. E gioire e provare gaudio, nonostante
tutto, che è il sentimento più arduo. Bisognerebbe poggiare le orecchie a
terra, come si faceva tanto tempo fa, per sentire il suono del corno d'ariete
ebraico, che annunciava la gioia, arrivarci da un solco sepolto e lontano.
Accogliere l'invito paolino: "Fratelli, siate lieti". Evitare
di esibire la sofferenza come il fardello insostenibile, finché esistano al
mondo poveri e malati, invece di offrire consolazione e raccogliere la gioia.
La Sibilla,
diceva Pascoli, ha scritto il suo
vaticinio su foglie di palma, ma il vento le ha confuse e le ha portate via.
Quale ritroveremo? Quale foglia, quale sito potremo cliccare per il futuro
nostro e di chi verrà dopo di noi?
Su una
foglia c'era scritto amore e sul retro
guerra, su una bene e sul retro male, su
un'altra bambino
e su un'altra scienza, su un'altra ancora famiglia
e sul retro separazioni, su
un'altra natura
e su un'ultima fede. Quale file
conserveremo? A cosa si darà credito? Come si consoliderà la memoria?
Raccogliamo per ora i frammenti sparsi della nostra anima.
Roma,
24 maggio 2000