FRASI, VERSI E CINGUETTII

Ma la nuova e già non più nuova guardia / cosa sente cosa può dare / trent’anni e oltre di benessere senza traumi / in case ancorate e sghembe.
(inedita)

Ė infinita l’aria infinito il sereno. Fiammeggiano nel cielo le stelle / a Roma è una notte calma e c’è la luna piena / che fa d’argento i contorni / mentre cammino al soffio del silenzio lungo il Foro / verso l’imperiale dolore.
(da Le lacrime delle cose, 2009)

Non mi lasciare sanguinare in casa / davanti ai figli di gioventù pieni / non fare evaporare il sangue / sull’asfalto in città tra mille luci.
(da Le lacrime delle cose, 2009)

Sono autrici che si sono sentite nel giusto e nel vero, e da questa invisibile fortezza si sono spedite e si spediscono meravigliosi «dispacci in rosa» in cui si accavallano e si intrecciano le informazioni necessarie per sabotare i poteri legislativi dell’espressione poetica e, indirettamente, quelli della storia dominante, per procrastinare l’ennesimo «massacro».
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

Dopo Hiroshima, dopo Sarajevo, sempre più la poesia diventa l’ultima frontiera a disposizione di un mondo che sa riconoscere solo l’effimero e il relativo e rischia la disumanità.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

La nostra vita sempre incompiuta / è la morte a compierla in un segno.
(da Le lacrime delle cose, 2009)

Poeti che sono entrati in connessione in una rete segreta e pulsante in cui «una è sovrana all’altra», senza gerarchie o dipendenze, perché l’io è l’Altra.
(Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

E ora zappetta intono alla pianta / che germoglia come una parola / è un ramo d’oro il manico che muove.
(da Le lacrime delle cose, 2009)

Una per l’altra sono anche le compagne invisibili e silenziose di Emily, lontane nello spazio e nel tempo, ma disposte in modo che da ognuna si possa scorgere anche l’altra. Sono compagne, cum panis, amiche accomunate dal mangiare lo stesso pane della poesia. Sorelle che ci rivelano qualche cosa di noi e del futuro, ognuna «sola a presidiare la fortezza», con «la saggezza nel sangue», come scriveva Flannery O’Connor.
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

Mi incanta guardare le bianche oche / sparse come le nuvole in cielo / azzuffarsi nei giochi dell’amore, / dormire nel calore delle piume.
(da Vicolo del Bologna, 1992)

Così è venuto spontaneo avvicinare ad Emily le madri, quelle che lei ha considerato le sue antenate, in un ideale affresco di un paesaggio-maternale in cui la danza dell’essere si tramanda da madre a figlia e da figlia a madre nella «Cavalleria del Dolore» (126), ma è alla fine salvata dal legame e dalla scrittura.
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

“Senti? Sì, sono gli urli dalle torri! E i salti sulle mine dei bambini!”. Senti il canto? Ė la lodola ottobrina!
(da Le lacrime delle cose, 2009)

La mamma contenta con il bambino / in bicicletta va incontro al destino.
(da Poesie bambine, 1997)

Sono emerse dall’acqua o da sottoterra e si trovano sulla terraferma della vita quotidiana con incombenze infinite e pazienze selvagge. Sono generose come Demetra e infere come Proserpina. Sono tutte spose dell’Ade e spose della luce. Donne inquiete, impazienti, sbilenche! Donne vagabonde nel corpo e nell’anima, donne impastate di parole intagliate e incarnate nel corpo, donne affamate che provano a cucire terra e cielo, scrittura e famiglia, mariti e figli, quand’anche questi non ci fossero fisicamente e fossero soltanto fantasmi. Donne che non sanno come liberarsi del corpo che scalpita per vivere, del corpo linguistico che sconfina, che cerca l’illimitato.
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

Ė come scolpire a Milano il mare / o riaprire i Navigli sepolti / che si trovi un po’ d’amore e pace.
(da Le lacrime delle cose, 2009)

La mamma Felicetta in bicicletta / sulla via Cassia sorpassava la vita.
(da Poesie bambine, 1997)

Emily e le Altre. Altre con la maiuscola, come scriverebbe Emily e come scrive Emmanuel Levinas. È l’Altra che costituisce l’io di Emily, così come Emily aveva cercato l’Altra, ognuna debitrice dell’Altra, in un’apertura di volta in volta ripresa e allargata. Non è una flebile somiglianza tra l’Una e l’Altra, ma è l’Una che non si lascia pensare senza l’Altra, l’una che non esiste se non attraverso l’Altra perché l’identità è differenza.
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

Non credevo di darti un gran dolore / dirai un giorno a me torva e muta?
(da Le lacrime delle cose, 2009)

Se ora la piaga della gola di mezzo maggio / una ferita di guerra una spiga di grano e di giugno.
(da Le lacrime delle cose, 2009)

Sempre «sotto il vulcano», con il corpo della lingua e il corpo della carne deportato nella lingua. Nella resistenza attraverso la poesia hanno trovato un rifugio antiaereo o un’oasi di pace, che ha permesso loro non l’isolamento ma il rafforzamento di una trincea unica che scavalca i decenni e i secoli per testimoniare l’orrore della guerra e della violenza inutile e vacua che ogni epoca, in forme diverse, più o meno terrificanti, infligge all’uomo.
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

Ho un bel bambino, / ha un nome romano e antico. / Si chiama Pietro, ha un anno / e incede sereno e solenne, / fedele nel cuore.
(da Poesie bambine, 1997)

Perché il tempo della vita, invisibile e concretissimo nella memoria, ormai si è fatto breve. E cominciano ad accompagnarci quelle parole del vangelo: “d’ora innanzi quando soffro è come se non soffrissi, quando piango è come se non piangessi, quando godo è come se non godessi, perché passa la scena di questo mondo”.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Fiori rosa e viola e forse alloro ma / nel cuore un rodìo d’angosce amare.
(da La famosa vita, 1986)

Con il sentimento che la poesia, e l’atto del lettore che quella poesia fa rivivere, siano la zattera nel diluvio, un’oasi nel deserto, il convento nel rumore della modernità.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Ma tu, stella di terra e di fortezza, / a brillare continui e non t’arrendi, tu non cadi mai, i desideri accendi.
(da Poesie familiari, 2001)

Separarsi è l’aprirsi di una crepa / nel terribile sentiero dei morti.
(da Poesie familiari, 2009)

Emily e gli Altri. Dickinson e Kafka, con il sentimento claustrofobico di chiusura. Dickinson e Heidegger, e la lingua della poesia che dischiude la radura dell’essere. Dickinson e Keats, «Bright stars» scintillanti della gioia che è per sempre. Dickinson e Shakespeare, e l’allestimento di scene esistenziali. Dickinson e Hopkins, e la relazione con la natura e con Dio, con l’isolamento e l’angoscia.
Dickinson e Santa Teresa d’Avila, e le estasi mistiche. Dickinson e Poe, e la casa che crolla come la «Casa Usher». Dickinson e Beckett, e l’assurdo e la desolazione. Dickinson e Foucault, e i dispositivi di sapere e potere che s’infiltrano nella relazione tra l’io e il corpo. Dickinson e Walter Benjamin, con lo sguardo acuto sulla cultura di massa. Ma io mi sfilo, mi limito alla corona delle Altre.
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

Mai come chi è morto e non c’è più è presente / vicino ai suoi cari come un vivo tra i vivi vivo / come te che incontro discendedno di corsa / nella foschia cupa di un soffocato sottoscala.
(da Le lacrime delle cose, 2009)

Perché il tempo della vita, invisibile e concretissimo nella memoria, ormai si è fatto breve. E cominciano ad accompagnarci quelle parole del vangelo: “d’ora innanzi quando soffro è come se non soffrissi, quando piango è come se non piangessi, quando godo è come se non godessi, perché passa la scena di questo mondo”.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Nemico non è più crudele / col vinto di te che freddo / e col cuore di ferro senza / pena il mio corpo ferisci.
(da La famosa vita, 1986)

Con il sentimento che la poesia, e l’atto del lettore che quella poesia fa rivivere, siano la zattera nel diluvio, un’oasi nel deserto, il convento nel rumore della modernità.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Non hai un amore da abbracciare / anima mia né cose da imparare, / stanca ora sei d’andare senza vita / in giro portando aperta la ferita.
(da Poesie bambine, 1997)

Adrienne Rich sostiene che c’è sempre nella vita di una donna che scrive un momento in cui si deve pagare un prezzo molto alto. Quel prezzo da pagare era arrivato per lei troppo presto. Il corpo di Sylvia non ce l’ha fatta a resistere.
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

Cibo o forse briciole d’affetto / cercava tra i miei libri il gatto. / Come pazzo s’aggirava e umiliato / piangeva per il misero festino.
(da La famosa vita, 1986)

Ho mantenuto le maiuscole, non solo a inizio verso, come tipico della poesia inglese, ma anche all’interno. Mi è parsa istintivamente la soluzione più aderente alle sue intenzioni e agli effetti calcolati, tra cui quello di attribuire un gran rilievo alla singola parola fatta di carne e di sangue, essenza e cellula vibrante della Bibbia e di quel vocabolario che era, come lei stessa dice, il suo compagno privilegiato.
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

Ho tradotto 56 poesie, come candele accese per festeggiare i 56 anni della vita di Emily che hanno illuminato il mondo, piccole luci create nelle tenebre, come sarebbe piaciuto a lei, che usa la parola «luce» centinaia di volte da farne quasi la metafora unificante della sua poesia.
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

Voi uomini e donne giusti e pii che fuggite dal tempo iniquo / il grande ordine dei secoli sognate / e un tempo a venire felice.
(da Le lacrime delle cose, 2009)

Possiamo rispondere a Emily, che continuamente ce lo chiede, che la sua poesia è viva, sì, respira, e ha qualcosa di prodigioso e di miracoloso: umile e possente, domestica e cosmica. Noi siamo qui per rispondere alla domanda elusa dai suoi contemporanei: «Respira la mia poesia?».
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

Fossero pure uomini o dei / di maschi non voleva sapere. Gelosa del vergine suo letto / viveva di sguardi e di lodi.
(da La famosa vita, 1986)

Non posso non avere un sentimento molto vivo della poesia passata e non ricordare i contadini della mia infanzia, che recitavano anche versi, come fossero contadini delle Georgiche: questo mi spinge a non scrivere soltanto con la mia generazione nel sangue.
(da Scrivere in versi. Metrica e poesia, 1996)

Già Pascoli aveva compiuto il miracolo di far parlare la poesia popolare e la poesia colta, il “fanciullino” e l’uomo “classico”, il bambino innocente e l’uomo che studia, assorbendo tutto non nel monolinguismo e neppure nel plurilinguismo, ma semplicemente nella lingua della poesia.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Ricordo perfettamente quel luogo. E perfino gli odori, i sapori della mente, per così dire. Ricordo la data precisa, era infatti il primo giorno dell’autunno. Era per l’esattezza quell’indimenticabile autunno del 1972.
(da Scuola di ballo, 1988)

Sarà come andare in vacanza al mare / al cimitero di Porto Ercole stare.
(da Poesia familiari, 2001)

Lei è una vera eretica e una corsara, una combattente su quel «campo di battaglia» che è quello della poesia, oltre che della vita, con le tante «scaramucce» e le barricate alzate ovunque.
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

Lo scrivere in versi, dunque, imita il gesto italico, e prima ancora etrusco, dell’arare, e ne prosegue con rispetto lo stesso movimento, umile e sacro nello stesso tempo. E cos’è la cultura se non l’atto continuo del coltivare? Non è infatti la radice etimologica del verbo coltivare il latino còlere? E il coltivare è un atto della pazienza e della disciplina, ma anche un atto liturgico e consacrante se la sua radice etimologica è la stessa usata per nominare il culto.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Importa che le poesie che abbiamo incontrato e che incontreremo ci incalzino, ci tengano in ostaggio, ci costringano a pensare e immaginare. Ogni poesia è così un metro di terra riguadagnato, ogni verso un centimetro riconquistato della nostra comunità civile.
(da Scrivere in versi. Metrica e poesia, 1996)

E si udrà il ruggito della belva occidentale / con prontezza di, / con speranza di, / con la morte di, ci ritroveremo insieme a schivare il controvento / tra le pianticelle cresciute sulle schegge acuminate del dolore / per una fresca preghiera di misericordia / per sventagliare l’alfabeto nel cielo celeste / per chiedere a Dio che siano le braccia luminose ali.
(da Le lacrime delle cose, 2009)

Da quell’indovinello anche giocoso si concentrò in me l’idea che tra solco e riga scritta, tra il dissodare la terra e lo scrivere ci fosse una somiglianza diretta. E ancora di più tra il solco e il verso. Il movimento proprio del verso che gira da un capo all’altro, da sinistra a destra e da destra a sinistra, riproduce lo stesso dell’aratro che gira verso, versus, il solco successivo. E se il versorio è l’aratro, il vertere è il rivoltare le zolle, ma è anche l’andare a capo del verso.
Forse anch’io continuo a procedere lungo le righe e i versi come l’aratore segue il solco e rivolto parole come fossero zolle, così come, nella mia infanzia, ho visto tante volte fare. E mi aspetto che “scavando”, come suona il titolo di una poesia di Seamus Heaney, riemergano frammenti intensi e autentici come reperti archeologici, semi che diventino piante.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Si era ritirata perché aveva subito capito, nell’Ottocento che correva verso la conclusione, come andava il mondo, dove andava l’America e come tutto stesse scivolando verso lo spettacolo e Hollywood, verso il mercato e la pubblicità: «Pubblicare – è la vendita all’Asta / della Mente di un Uomo –». E lei non pubblicava, non concedeva quello che sapeva sarebbe stato calpestato, lei andava contro la riproducibilità tecnica, intuita già prima di Walter Benjamin.
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

Non scrivere per i sordi: echeggiano ora / le torri i frantumi i pezzi di Dio.
(da Le lacrime delle cose, 2009)

Perché l’invisibile ha la sua fissa dimora in terra. E le parvenze incomplete e deludenti in cui viviamo hanno, al termine di un itinerario nella mancanza, una nuova irrevocabile presenza nell’arte, che compie il miracolo di una rivelazione definitiva allo sguardo e di un ripopolamento, nella modernità, del deserto.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Scusate se non ci sono mai i padri / e il sangue dell’agnello viene versato / se ancora un libro per voi ho arrotolato.
(da Poesia familiari, 2001)

Sono autrici che si sono sentite nel giusto e nel vero, e da questa invisibile fortezza si sono spedite e si spediscono meravigliosi «dispacci in rosa» in cui si accavallano e si intrecciano le informazioni necessarie per sabotare i poteri legislativi dell’espressione poetica e, indirettamente, quelli della storia dominante, per procrastinare l’ennesimo «massacro».
(da Emily e le Altre. Con 56 poesie da Emily Dickinson, 2010)

E se non è cambiato il nostro mondo / che ancora non ha sapienza e lingua / di quale sia il bene e quale il male / dopo duemila anni e l’aspro fumo / la poesia farà di rovine un bosco.
(le Lacrime delle cose, 2009)

Il “sentire delicato”, la gentilezza e la civiltà non sono parole astratte, ma invisibili idee guida del nostro vivere. E poi c’è la necessità della lode, laddove più forte cresce l’ingiuria: sia dato credito.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Non hai un amore da abbracciare / anima mia né cose da imparare, / stanca ora sei d’andare senza vita.
(da Poesie bambine, 1997)

Con implacabile e gelida lima / hai rasato con cura i fiori gli sparsi / desideri e ogni pretesa di rima.
(le Lacrime delle cose, 2009)

Credenti e atei, cristiani, ebrei e musulmani, siamo comunque nel tempo del pellegrinaggio. Stiamo tutti attraversando i campi e le vigne della nostra vita, tutti andiamo per agra come i pellegrini medievali.
(Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

non li vedi noi come zoppi cervi / camminiamo e il coltello nel pane.
(da Le lacrime delle cose, 2009)

Dare credito all’invisibile, che è fondamento e fine della poesia. E’ l’invisibile che ci mostra in tutta la sua concretezza e viva evidenza il visibile, il reale vero.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

E gioire e provare gaudio, nonostante tutto, che è il sentimento più arduo. Bisognerebbe poggiare le orecchie a terra, come si faceva tanto tempo fa, per sentire il suono del corno d’ariete ebraico, che annunciava la gioia, arrivarci da un solco sepolto e lontano.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Portatemi voi due come un marito / per mano fino alla porta stretta, / bambini amati miei, scorta perfetta.
(da Poesie familiari, 2001)

Cerco lassù lontano con l’occhio / fra stelle doppie e una luce veggente / la costellazione di cui c’è bisogno per vivere qui / sulla terra.
(da Le lacrime delle cose, 2009)

Petrarca invitata a sforzarsi verso il cielo, a salire il monte. Come fece lui e fece anche Mosè che in quel percorso ottenne la legge morale. Ma è più facile per l’uomo, che non ha le ali, scivolare verso il basso che salire nell’aria. Il percorso verso l’umanità è molto lento e la gravità morale è dominante.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Tanto potenti e antiche e nuove sono le espressioni di Roma, che non abbiamo potuto non ammirarle e venerarle, come tante volte hanno fatto gli antichi, da Petrarca a Raffaello e ai tanti anonimi pellegrini e viaggiatori. L’arte di Roma antica, con quello che ha di invisibile, cioè la memoria, ci ha nutrito e ha alleviato le nostre fatiche quotidiane e ci ha donato attimi di vera esultanza.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Leopardi è ancora, per me, il poeta della gioia e della letizia quando “apre i balconi, apre terrazze e logge la famiglia”, “il sole sorride per li poggi e le ville” e “si rallegra ogni core”. Il Leopardi pessimista è uno straordinario datore di vita e di gioia. La natura matrigna con gli uccelli nell’aria e i muggiti d’armenti è in verità continuamente esaltata.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Lo zappatore che vedevo in quegli anni ancora “agricoli” non era diverso dall’etrusco che lavorava la terra e seppelliva con affetto i suoi morti. Pascoli, con altra intenzione, spiega l’immagine dello zappatore che “riede alla sua parca mensa, /fischiando” con il latino fossor, fossore, scavatore, colui che seppellisce i morti.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Vedere Santa Maria degli angeli e dei martiri e vedere la maestà delle terme romane su cui essa è cresciuta. Salire gli scalini del Campidoglio e vedere l’ara pagana e sibillina su cui si chinava Augusto, là dove sorge la chiesa dell’Aracoeli. Le reliquie architettoniche, come le anime dei morti, sono l’invisibile del passato, l’invisibile filo d’oro della memoria che è la fonte della poesia.
Avrei voluto scrivere… sulla lingua degli uccelli, dei merli e dell’usignolo, ché sono gli inviati dell’invisibile e con i loro canti ci annunciano la musica.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Tento di scrivere una poesia felice o un racconto felice, provo a legare religiosamente parole comuni non per fare una violenza o infliggere ferite sia pure a una sola persona quanto piuttosto per dire il decoro di quella felicità dalla durata varia, un attimo, un’ora o un giorno, che pure spetta agli uomini tutti.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

A sei o sette mesi ha l’aspetto florido e sano del bambino in braccio alle Madonne del nostro Rinascimento. Sembra un Bellini. Dritto e terrestre, come in un Bellini recentemente visto a Venezia, si tiene ben fermo sulle ginocchia della madre, la linea delicatamente convessa dell’addome che, incrociando la piega arcuata dell’anca, finisce sulle sue piccole nudità.
(da Ė nato un bimbo, 1990)

Eppure la poesia è felicità: essa trae nutrimento da un passato di dolore ma trova il suo compimento in un presente di serenità, come la vite che ha le radici tra i sassi e i grappoli al sole o il grano che ha conosciuto la primavera piovosa e ha il suo pieno rigoglio al sorgere quieto dell’estate.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Mai come in questo tempo, forse, l’amore è stato povero e magro: ha i piedi nudi e dorme per la strada avendo per compagnia soltanto l’indigenza e la penuria.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

E’ dall’astensione, dal togliere più che dall’aggiungere, dall’umiltà più che dall’orgoglio, è da tutto questo che può, forse, nascere la poesia.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Amo il mio tempo, questo tempo che volge a una fine e preannunzia un inizio, lo amo anche se a volte ci impedisce di vedere quanto è nostro da sempre, fin dalle origini, e ci dona, oltre lo spettacolo, una vita povera, di castità e obbedienza ai cicli della vita, al tornare della sera e del giorno, una vita che tuttavia ci colma, ci reca gioia, e ci fa intravedere, in lontananza, una amorosa reciprocità.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Noi contemporanei non possiamo fare rame dell’antichità, e oro della modernità. E tuttavia neppure il contrario. L’antico può essere un ostacolo al nostro percorso, ma il moderno a tutti i costi è certo una stoltezza.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

S’addormentava con le lunghe dita arcuate delle mani a metà strada, come fermandosi durante l’esecuzione di un movimento di danza.
(da Ė nato un bimbo, 1990)

Francesco può trasfor¬marsi, nel Dolce tempo de la prima etade, in cigno coperto di bianche piume o sasso quasi vivo o fontana ai piedi di un faggio o cervo solitario.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

… quell’ ordinamento metrico che Petrarca costruiva con la stessa attenzione e cura che spendeva nel costruire i suoi prati e orti, nel piantare e trapiantare allori e rosmarini, meli e peschi perché, diceva, “questa vita terrena è quasi un prato”, di cui lui si sentiva il giardiniere. Come quell’altro “giardiniere” dell’antichità che era Virgilio…
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)

Quella straordinaria capacità di accendere la torcia della poesia contro il tempo, è un movimento intenso e molto intimo non sempre raccolto nel nostro tempo povero e anestetizzato, senza aisthesis.
(da Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi, 2000)